Chip Zdarsky – Mark Bagley, Spider-Man: La storia della mia vita, 200pp. a colori, Panini Comics 2020, € 23,00

Come ogni fan sa, la nascita della maggior parte dei classici supereroi Marvel risale al fecondo periodo compreso tra il 1961 (allorché tutto ebbe inizio con il seminale Fantastic Four nr. 1) e il 1964. Da allora, quindi, di anni ne sono trascorsi ormai quasi una sessantina. Eppure, in tutto questo tempo i nostri personaggi preferiti sono invecchiati sì e no di un paio di lustri e continuano a presentarsi ogni mese più pimpanti che mai, forse giusto un pochino più maturi. Potenza di un universo fantastico dove lo scorrere del tempo è un concetto assai più relativo di quanto accade nel mondo reale. E merito di autori che, periodicamente, hanno aggiornato le origini dei diversi eroi, spostandole di volta in volta in periodi sempre più vicini a noi.

Prendiamo, per esempio, l’Uomo Ragno. Al momento del morso del fatidico aracnide radioattivo, correva l’estate del 1962, Peter Parker era un liceale quindicenne. Oggi è un giovane uomo che, a occhio, ha da poco superato i venticinque. E questo nonostante ci siano, e vengano regolarmente ristampati, episodi che lo vedono alle prese con la partenza per la guerra del Vietnam dell’amico/nemico Flash Thompson, coinvolto nei moti studenteschi del ’68 americano, oppure ospite del Saturday Night Live con John Belushi. Si tratta di storie che tuttora «esistono», che sono cioè presenti in continuity, ma che gli autori (e i lettori) fingono di dimenticare, così da poter accettare il fatto che il Tessiragnatele di oggi non sia un arzillo ultrasettantenne.

Nulla di strano, in fondo. Parliamo pur sempre di fumetti, di mondi cartacei e di fantasia dove non devono necessariamente valere le medesime regole che governano l’esistenza di noi comuni mortali in carne e ossa.

Ma se invece, per una volta, queste regole valessero? Se, dagli anni Sessanta a oggi, per l’Uomo Ragno (e per l’intero Marvel Universe) il tempo fosse trascorso davvero, inesorabile e spietato? E se, quindi, Peter e tutti gli altri protagonisti e comprimari della saga ragnesca fossero invecchiati di conseguenza?

Questa è l’intrigante premessa da cui prende le mosse il volume Spider-Man: La storia della mia vita, con la quale Panini Comics propone al pubblico italiano la miniserie in sei numeri scritta da uno degli autori Marvel più interessanti del momento, quel Chip Zdarsky che già aveva approcciato il mondo del Tessiragnatele sulla testata Peter Parker: The Spectacular Spider-Man e che attualmente firma un’ottima (ma ottima davvero) run di Daredevil.

Alle matite, quello che forse è il più iconico tra i Ragno-disegnatori tuttora in attività: Mark Bagley, con il suo tratto classico e riconoscibilissimo forgiato rimbalzando tra Amazing e Ultimate, oltre che su un bel po’ di altri titoli ben noti ai Marvel addicted di tutte le latitudini.

Una premessa intrigante, dicevamo. Ma anche pericolosa: nelle mani di uno scrittore meno dotato, infatti, il rischio di dar vita all’ennesimo What if? insipido e prevedibile, o al contrario di smarrire il filo rendendolo fin troppo sconclusionato, appariva tutt’altro che remoto. Zdarsky, invece, ci regala un piccolo miracolo: sfoggiando l’ispirazione dei giorni migliori e mettendo ordine in una massa enorme di materiale, riesce a distillare una storia grandiosa, epica e struggente, che rappresenta un devoto omaggio al mito dell’Uomo Ragno, oltre a essere uno dei fumetti più emozionanti che ci sia capitato di leggere da un bel po’ di tempo a questa parte.

Un decennio dopo l’altro (uno per ogni numero della mini), si dipanano su queste pagine molti dei principali eventi che hanno segnato l’epopea del Tessiragnatele: dalla morte di Gwen alla saga del clone, dal matrimonio con Mary Jane all’avvento del costume nero, dall’ultima caccia di Kraven alla Guerra civile tra supereroi, fino all’apparentemente inarrestabile minaccia di Morlun, il vampiro psichico che si nutre dell’energia vitale dei Ragni del multiverso. E se ognuno di questi episodi risulta immediatamente familiare ai fan, tutti appaiono però anche in qualche misura diversi, riletti e rivisitati in modo sorprendente ma mai gratuito, per farne i tasselli di un affresco in cui il Marvel Universe che abbiamo conosciuto convive in assoluta coerenza con qualcosa di nuovo e inedito.

Intanto, tra un’avventura e l’altra, il tempo passa e Peter invecchia. E, con lui, invecchiano familiari e amici, colleghi eroi (da Reed Richards a Tony Stark) e irriducibili avversari (due su tutti: Doc Ock e Norman Osborn/Goblin). Quello che non cambia, e che anzi la raggiunta maturità e il successivo inesorabile decadimento fisico finiscono per esasperare, è l’intimo tormento dell’eroe, schiacciato tra una missione a cui la responsabilità che deriva dai suoi poteri gli impedisce di sottrarsi e la difficoltà di tenere insieme i pezzi della propria vita, garantendo la sicurezza delle persone che ama. «Sono intrappolato in una guerra che ho creato io e che non finisce mai, non so che fare…», riflette dopo l’ennesimo fallimento personale che rischia di compromettere il rapporto con MJ: un pensiero che scava a fondo nell’umanissima dimensione di un personaggio che, fin dai tempi delle classiche storie di Lee/Ditko/Romita, è sempre stato un eroe essenzialmente drammatico, a dispetto delle battute di spirito con cui è solito stemperare la tensione del combattimento.

Un eroe la cui nascita coincide non con il morso fortuito del ragno, ma con la scelta tragicamente sbagliata – e per la quale il senso di colpa non smetterà mai di perseguitarlo – di lasciar scappare il ladro che di lì a poche ore avrebbe ucciso lo zio Ben. «Sei riuscito ad avere una bella vita», gli dice il ricordo della zia May (o forse il suo fantasma?) in una sequenza onirica dell’episodio conclusivo, «ma questo è quello che hai. Quello che vuoi è salvare Ben. Ma non puoi, quindi salvi tutti gli altri. Ti sei reso conto che questo non cambierà mai, e l’hai accettato. Allora vai, Peter, mio dolce ragazzo. Salva tutti».

E lo farà. Proverà, ancora una volta, a salvare tutti per espiare la colpa di non averne salvato uno. In un’ultima epica missione, nonostante i settant’anni ormai suonati, il peso di mille combattimenti sulle spalle e i troppi lutti lasciati lungo la strada. Lo farà. E così facendo, forse, il rimorso potrà trovare finalmente requie. E quello che è sempre stato un incubo, addirittura, trasformarsi alla fine in un bel sogno…

Un volume semplicemente fantastico, capace in un colpo solo di fare giustizia di troppi anni (gli ultimi) di letture supereroistiche che è perfino generoso definire superflue. Un volume che dimostra come, incredibilmente, in casa Marvel batta ancora un cuore e lavorino talenti in grado di avvincere il lettore (e non solamente il tredicenne reduce dalla visione dell’ultimo blockbuster cinematografico), emozionarlo e perfino commuoverlo. Un volume che non può assolutamente mancare ai fan dell’Uomo Ragno, ai Marvel-zombies, ma anche a tutti i cultori del buon Fumetto o, più semplicemente, a chiunque ami la cultura pop contemporanea e i suoi miti.

Un volume, gratificato anche dalla pregevole edizione cartonata con soft cover, che vale fino all’ultimo centesimo i 23 euro necessari per metterselo in libreria.

Fatelo vostro senza indugio. Più che uno Sbam-consiglio, questa è una Sbam-prescrizione.

Marco De Rosa