Ci sono personaggi dei fumetti che vanno oltre il Fumetto stesso, eroi che diventano fenomeni di costume, costruendo un proprio fandom del tutto “privato”: non è infrequente che i lettori di Diabolik o di Tex non siano appassionati “di fumetti”, quanto concentrati sul loro eroe, di cui collezionano pubblicazioni, gadget, curiosità.
Ovvio che questi siano i lettori più conservatori in assoluto, quelli così legati alla loro serie da maldigerire qualsiasi cambiamento: memorabile la polemica che suscitò ad esempio il ritocco grafico della testata di DIabolik nel primo numero del 2014.

Dylan Dog fa parte certamente di questo particolare “pianeta”: vanta intere  schiere di lettori che hanno fatto di lui un incredibile fenomeno editoriale all’epoca della sua uscita (correva il lontano 1986), per molti versi l’ultimo  grande eroe del Fumetto italiano.

Inevitabilmente, col passare del tempo i personaggi evolvono e si adeguano ai tempi: pur mantenendo le rispettive caratteristiche dibase, il Tex di oggi è infatti molto diverso da quello che fu di Bonelli & Galep, mentre Diabolik si è “addolcito” rispetto all’epoca delle sorelle Giussani. Nel loro caso però, questa evoluzione è stata lenta, graduale, diluita nel tempo.

Non è così per Dylan Dog: l’arrivo di Roberto Recchioni al timone della serie comportò fin da subito dei cambi evidenti (Bloch in pensione, l’arrivo del nuovo nemico John Ghost in luogo del vecchio Xabaras, altri personaggi come Carpenter e Rania, perfino il cellulare tra le mani dell’antitecnologico indagatore…), ma gli ultimi mesi hanno portato novità deflagranti (letteralmente), tali per cui le schiere di cui sopra sono in preda allo sgomento.

Per più di un anno, leggendo le ultime avventure dylaniate abbiamo atteso l’arrivo di una meteora in rotta di collisione con la Terra: il devastante impatto è avvenuto nella pagina conclusiva del nr. 399 della serie, uscito a fine novembre dopo la precedente presentazione in pompa magna a Lucca, e certamente da ricordare anche per la piccola “storia del Fumetto in pillole” che riesce a proporre in modo davvero originale. Lo stesso albo però ha fatto – come ormai ampiamente noto – molto più rumore per il matrimonio di Dylan Dog con il suo eterno compagno di avventura, Groucho, che non per l’esplosione planetaria. Una scelta decisamente forte, per di più seguita dall’assassinio del povero assistente col sigaro, sbrigato in poche, rapidissime scene: in fondo erano inutili, il mondo stava per finire…

Le polemiche, anche molto accese, sui social non si sono fatte attendere, ma il meglio sarebbe arrivato poco dopo: non era ancora uscito il successivo – storico, editorialmente parlando – nr. 400, che già ha cominciato a circolare la cover del 401, con ulteriori news: già sappiamo che la collana cambierà testata in Dylan Dog 666 e Groucho verrà sostituito da un nuovo assistente, tale Gnaghi (novità qui, ma non per l’opera sclaviana nel suo complesso…).

Da quel momento, le polemiche hanno toccato lo zenith: i nostalgici dell’Old boy prima maniera sono insorti, accusando Recchioni di ogni nefandezza. Da levigato navigatore dei social, il prode Rrrrr non ha fatto una piega (si è perfino iscritto ad un gruppo Facebook nato per l’occasione, dall’eloquente nome Salviamo Dylan Dog da Roberto Recchioni!) e ha tirato dritto per la sua strada.

Intanto, l’attesisimo nr. 400 (Bonelli Editore, gennaio 2020, 94 pp. a colori, € 3,90) è giunto in edicola e fumetteria, astutamente con ben quattro variant cover affidate ad altrettanti mostri sacri della saga dylaniata (Gigi Cavenago, Corrado Roi, Angelo Stano e Claudio Villa), la testata già ritoccata nella grafica (bene, dobbiamo dire: ha un tocco di modernità in più pur conservando l’aspetto classico del logo, complimenti a Fabrizio Verrocchi) e tutto a colori, come da tradizione bonelliana per gli albi-ricorrenza.

La trama-non-trama è di quelle che Recchioni pare prediligere, sui toni onirici e visionari: porta infatti il lettore in una qualche dimensione astratta al seguito di Dylan versione capitano di un galeone (quello cui da sempre lavora nel suo studio) e Groucho suo nostromo, presi a navigare in un oceano di nulla e ad affrontare minacce arcane, con grande abbondanza d’uso di metafumetto (complimenti ad Angelo Stano per il suo peculiare… doppio ruolo) e incredibile avversario finale da affrontare.

Una storia-non-storia, dicevamo, più preoccupata di chiudere ogni filo rimasto in sospeso che non di “raccontare”, di lanciare il nuovo corso – come dichiarato da Recchioni stesso nell’introduzione – che non di sviluppare una storia, insomma di proporre un (fin troppo) esplicito passaggio di consegne dal vecchio al nuovo Indagatore dell’Incubo.

Lasciamo all’albo questo valore simbolico (anzi, in qualche modo addirittura storico), perché preso in sè offre una lettura noiosissima, a tratti perfino incomprensibile, appesantita da un non nascosto autocompiacimento del suo autore, che cita di continuo film, romanzi e albi del passato, oltre che se stesso.

Nulla da eccepire invece sul disegno del citato Stano, che si muove con egregia maestria anche tra le vele del galeone, e sugli eccellenti colori di Giovanna Niro, cui rivolgiamo un convinto applauso tutto per lei.

Piaccia o no ai molti lettori inferociti (quelli più nostalgici) e a quelli invece soddisfatti o almeno curiosi (i non pochi fans del Recchioni), il nuovo Dylan Dog è e sarà questo.
Noi preferiamo sospendere il giudizio per qualche mese, quando avremo letto qualcosa di più di questa nuova era. Resta sospesa anche la domanda delle domande: serviva proprio un cambio così violento ed esplicito (i citati Tex e Diabolik evolvono senza bisogno di operazioni siffatte)?
Magari l’operazione è davvero dovuta (come in molti pensano) al calo delle vendite: ma in tal caso bisognerebbe ragionare su quale sia la causa e quale l’effetto.
Lo scopriremo solo vivendo.

Per ora: tanti auguri Old boy. 400 numeri non sono da tutti. Anche se magari… si sentono.

Antonio Marangi

 P.S. Già che ci siamo, sospendiamo il giudizio anche sull’uscita quasi contemporanea del numero zero del famoso (famigerato?) incontro tra Dylan e Batman: anche qui parliamo di un testo firmato Recchioni, stavolta disegnato da Werther Dell’Edera e Gigi Cavenago. Storia troppo breve per chiarire le idee, presentata in anteprima a Lucca e riproposta in edicola in un albo (Bonelli Editore, dicembre 2019, 94 pp. a colori, € 4,90) allungato da ristampe dylaniate (La nuova alba dei morti viventi, 2015, di Recchioni/Mammucari/Leoni) e classici batmaniani (la grandiosa La vendetta in cinque punti di Joker!, 1973, di Dennis O’Neil e Neal Adams, e addirittura la più che storica Il Joker, da Batman #1, 1940, griffata Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson).
Torneremo doverosamente a parlarne, restando in attesa anche dai prossimi annunciati team-up: Nathan Never/Justice League e Zagor/Flash.