Giallo, noir, poliziesco… Come approfondiamo in dettaglio sull’ultimo numero di Sbam! Comics, la nostra rivista digitale scaricabile liberamente da QUI, il Fumetto italiano ha proposto, nel corso degli anni, decine e decine di storie che hanno avuto, quale trama portante, la risoluzione di un mistero.
E del resto, non solo di western vive il fumettofilo italiano, si potrebbe dire… E chi può dirlo meglio di Claudio Nizzi, autentica leggenda del Fumetto nostrano che, tra la riduzione a fumetti di un’opera letteraria e una delle oltre 30.000 (!!!) tavole di Tex che ha sceneggiato, ha trovato il modo di creare anche i vari Rosco & Sonny, Tenente Marlo e Leo Pulp, fino al poliziesco per eccellenza degli anni Novanta, Nick Raider?
Se poi consideriamo che Claudio è, oltre a sceneggiatore, anche valente romanziere giallo (non lo sapevate?), capirete come non poteva esserci altro intervistato al di fuori di lui (il testo completo del nostro incontro col maestro è sul citato nr. 46 di Sbam! Comics, di seguito vi anticipiamo un estratto)

Caro Claudio, bentornato su Sbam! Comics. Letterariamente parlando, secondo te, il noir è un genere di cui si è già scritto tutto o ci sono ancora mondi da scoprire?
Non vorrei che quello che sto per dire suonasse snobistico, ma non leggo libri noir da una vita, né italiani né stranieri. Molti anni fa hanno cominciato ad annoiarmi e ho smesso di leggerli. Mi annoiavano perché di solito erano troppo lunghi (per me il noir dev’essere breve e denso, non lungo e annacquato) e per altri motivi. L’unico autore italiano che ha lasciato una traccia nel mio immaginario è il vecchio Scerbanenco con il suo Duca Lamberti. Di quelli che escono oggi può scapparmene letto uno ogni tanto, senza lasciarmi la voglia di leggerne altri. Gli ultimi che ho seguito con una certa sistematicità sono il ciclo di Montalbano, che però smisi di leggere cinque o sei anni fa per saturazione. Forse riprenderò ora, che con la morte del grande Camilleri le bocce si sono fermate. Ma non ho mai considerato Montalbano un noir, lo avvicino di più alla commedia all’italiana. Per chiudere con il noir narrativo, ti anticipo che, tra una storia di Tex e l’altra, ne sto scrivendo uno che si intitola L’orrendo delitto del vicolo Babbini, che appartiene a modo suo al mio ciclo di Borgo Torre.

Se si parla con te di noir, il discorso non può che cadere su Nick Raider. Com’era nato? Quali sono stati, secondo te, le ragioni del suo successo? Ci sono possibilità di un suo ritorno?
Andiamo per ordine. Nick Raider nasce nel 1988 come primo personaggio poliziesco della Bonelli e che ogni tanto sconfina nel noir, e nasce sul mio desiderio di poter scrivere delle storie poliziesche per adulti dopo avere scritto due serie poliziesche per ragazzi sul Giornalino, Tenente Marlo – disegnato da Sergio Zaniboni – e Rosco & Sonny, disegnato prima da Giancarlo Alessandrini, poi da Rodolfo Torti. Le storie poliziesche o “gialle” si basano sulle tre S: Sangue, Sesso, Soldi; quindi sul Giornalino ci stavo stretto. Per quanto mi riguarda, la vicenda editoriale di Nick Raider è stato un coitus interruptus, perché subito dopo averlo creato ho dovuto mollarlo in mano d’altri. L’uscita di Nick Raider fu oscurata dal successo stratosferico di Dylan Dog, ma raggiunse comunque tirature di tutto rispetto. Il motivo credo fosse dovuto alla bontà delle storie, almeno fino a un certo punto; su quelle apparse nella fase finale della sua vita preferisco stendere un pietoso velo. Un ritorno di Nick Raider non solo è possibile ma anzi è un’iniziativa già partita. Usciranno dapprima dieci numeri per saggiare l’accoglienza del pubblico, poi si vedrà. Il personaggio verrà terremotato per farlo agire ai tempi nostri. Io ho scritto la prima storia, che verrà disegnata da Giovanni Freghieri, mentre le altre nove verranno realizzate con la curatela di Antonio Serra. Auguri.

La domanda su Tex è d’obbligo. Il tuo ultimo lavoro (lo speciale estivo Un capestro per Kit Willer) ha riportato il ranger al western più classico. Rispetto a vent’anni fa, cosa è cambiato in Tex?
Per quanto mi riguarda sono cambiati solo dei dettagli. Ho ridotto all’osso le didascalie, che usavo come le usava G. L. Bonelli, mio nume tutelare a cui ho cercato – su mandato dell’editore, ma anche per mia convinzione personale – di restare il più possibile fedele. Ho ridotto la lunghezza dei dialoghi, ho dato maggior ritmo alle storie. Ma i quattro pards sono rimasti gli stessi e secondo me così dovranno rimanere nei secoli dei secoli amen. Perché il successo ottantennale di Tex non è dovuto né alla bellezza delle storie (che se ci sono, meglio), né a quella dei disegni, ma unicamente alla personalità di Tex e dei pards, al loro modo di agire, di parlare, di rapportarsi tra loro. Gli sceneggiatori che hanno mandato avanti la serie negli ultimi otto anni – tutti più giovani di me – lo hanno parecchio tradito, magari con le migliori intenzioni, convinti di svecchiarlo, di modernizzarlo, di renderlo più simile agli eroi cupi, “eccessivi”, che vanno di moda nel cinema e nei fumetti americani di oggi. Tex non ha più la stessa personalità, non si comporta e non parla come dovrebbe. Lo si vede agire spesso da solo, quasi sempre con Carson, raramente in compagnia dei tre pards. Il carattere di Tex è cambiato: non più ironico e anche un tantino goliardico, ma troppo serio. Il suo modo di parlare non è più quello pittoresco di G.L., ma un dialogo qualsiasi (non basta far dire «Peste e corna!» a Tex o «Grande Matusalemme ballerino!» a Carson per simulare il diagolo bonelliano). In breve, i lettori non lo riconoscono più. Il successo della storia Un capestro per Kit Willer è dovuto al fatto che i lettori hanno finalmente ritrovato i quattro pards che da troppo tempo mancavano. Tutto qui.

Segue (con molto altro materale) sul nr. 46 di Sbam! Comics.

(Roberto Orzetti)