«Niente sarà più come prima». Quante volte l’abbiamo letto nei fumetti Marvel, roboante corollario per l’ennesima supersaga destinata – stando agli annunci di autori e editor – a ribaltare l’universo a noi noto come un calzino? Salvo poi scoprire, già pochi mesi dopo, che tutto sarebbe continuato più o meno come sempre?

Al cinema, invece, non va così. Non stavolta. Non con Avengers: Endgame, il film che arriva non solo per sciogliere i nodi (e che nodi!) lasciati in sospeso da Infinity War, ma per tirare le somme dell’intera fase fondativa del Marvel Cinematic Universe, chiudendo di fatto una vicenda lunga undici anni e ben ventidue pellicole.
E chiudendola come meglio non si potrebbe, in modo colossale (e questo era scontato), epico, ironico (più di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, viste le premesse), ma anche coinvolgente e commovente. In modo, soprattutto, profondamente rispettoso dell’originale cartaceo da cui tutto ha avuto origine, non tradendo – neppure nel momento supremo della catarsi – l’essenza più profonda di personaggi con alle spalle diversi decenni di storie disegnate.

Niente sarà più come prima, dopo questo capitolo finale (per ora) del sogno visionario immaginato a suo tempo da Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios e vero deus-ex-machina del MCU, e portato sullo schermo dai registi Anthony e Joe Russo in oltre tre ore di ottovolante emotivo, capace di saziare i cultori della materia senza però disorientare oltremodo chi invece si fosse perso per strada qualche passaggio. Perché se è vero che l’epopea cinematografica Marvel proseguirà (e come dubitarne, visti gli incassi multimiliardari e un indotto che ha ormai colonizzato ogni anfratto dell’entertaiment contemporaneo), è altrettanto vero che dopo Endgame non potrà che farlo su basi diverse. E con protagonisti, in buona parte, diversi.

Tutto questo, però, accadrà a partire da domani. Oggi, qui e ora, non è ancora il tempo della nuova stella di Capitan Marvel/Brie Larson, planata con alle spalle un film di origini tutto suo e aspettative grandiose, ma relegata a un ruolo tutto sommato di rincalzo e oscurata – rimanendo nell’ambito delle “seconde linee” – dalla umanissima simpatia del piccolo Ant-Man impersonato da Paul Rudd.

No, questo è ancora una volta (l’ultima?), il film dei Vendicatori nella loro formazione più classica. È il film di Occhio di Falco/Jeremy Renner, che dopo aver saltato un giro in Infinity War torna in grande stile nella spietatissima, punkeggiante versione Ronin.
È il film di Vedova Nera/Scarlett Johansson, devastata dalla perdita, con un’improbabile acconciatura metà bionda e metà rossa, che ci consegna la sua migliore performance.
È il film di Bruce Banner/Mark Ruffalo, giunto finalmente a un equilibrio quasi olistico con il suo alter ego verde e presente in una versione “professorale” che ci riporta alla run fumettistica di Peter David.
È il film di Thor, ormai definitivamente consegnato alla deriva un po’ macchiettistica, quasi slapstick, iniziata con Ragnarok, nella quale però Chris Hemsworth sguazza così a proprio agio da apparire non solo credibile, ma addirittura… mitico.

È, molto, il film di Capitan America/Chris Evans, una figura enorme, più tormentata del solito e gratificata da un finale che sarebbe piaciuto assai a Stan Lee, qui occhieggiante in un ultimo, fuggevole cameo.
Ed è, soprattutto, il film di Iron Man, al quale il carisma del divo Robert Downey Jr. ha in questi anni consegnato il rango di icona, motore e simbolo dell’intero MCU; l’uomo da cui tutto ha avuto inizio allorché, nell’ormai remoto 2008, si trovò da solo in una caverna buia, a battere disperato con un martello sulla lamiera di quella che sarebbe diventata l’armatura Mark I; l’eroe che, perciò, non poteva non avere un ruolo più centrale che mai nel momento in cui si è trattato di rimettere assieme i fili di tutto quanto raccontato finora.

Endgame inizia esattamente dove era finito il precedente capitolo, con il fatidico schiocco di dita di Thanos che ha polverizzato metà della popolazione dell’universo, compresi molti dei supereroi e dei loro amici e congiunti. E nel corso del film c’è ovviamente tanta azione, ci si mena spesso e volentieri in sfide a singolar tenzone, in risse di gruppo così come in una mastodontica battaglia campale che in qualche modo richiama Il Signore degli Anelli. Ma c’è anche grande spazio per i dialoghi, le emozioni, l’introspezione psicologica. E per i ricordi, le rivelazioni, i rimpianti, le sliding doors che riaffiorano man mano che la trama ci porta a incrociare momenti e volti salienti di dieci anni di cinema Marvel, pizzicando corde struggenti, svelando sottotesti immediatamente riconoscibili dai fan e sviluppando una storia che – per quanto possibile – mette ordine in tutte le altre storie. Così da poter finalmente lasciare agli eroi, dopo tante imprese, la possibilità di godere del meritato riposo e di un’esistenza lontana da scudi, martelli e raggi repulsori. Perché poi, a ben vedere, è anche di questo che parla Endgame: del diritto che tutti noi, super e non, abbiamo di vivere la nostra vita. E, vivendola, di assaporare appieno ogni stilla di felicità che ci viene concessa.

Eccola qui, quindi, intonsa e riconoscibilissima, l’enorme carica di umanità che distingue i personaggi Marvel fin dagli albori degli anni Sessanta, quando per la prima volta nei comics si fece largo il rivoluzionario concetto di “superproblemi”. Eccola, compiutamente declinata in un film al quale gli studiosi della Settima Arte dovranno dedicare un capitolo bello grosso, allorché indagheranno i modi con cui il MCU ha di fatto riscritto la grammatica stessa della narrazione cinematografica, dimostrando di saper intessere un grande racconto seriale anche sullo schermo e riuscendo in meno di un decennio ad assurgere a un rango che Star Wars – tanto per fare un esempio illustre – ci ha messo oltre trent’anni a raggiungere.

E mentre viene versata qualche lacrimuccia per un epilogo toccante, capace di scolpire una mitologia poderosa per i nostri tempi tormentati. Mentre anche il disincantato recensore ultracinquantenne si ritrova a urlare e applaudire come il più brufoloso dei fanboy. Mentre scorrono i chilometrici titoli di coda al termine dei quali, però, stavolta non c’è alcuna scenetta supplementare, ma solo la scritta rossa Marvel Studios piazzata lì immobile, quasi a sancire l’incontrovertibile fine di un ciclo. Mentre accade tutto questo, non possiamo fare a meno di pensare che un’epoca della nostra vita di spettatori sia definitivamente archiviata. E che la storia continua, certo, visto che altri ambiziosi progetti sono in rampa di lancio e che una nuova alba cinemarvelliana è già dietro l’angolo. Ma che, davvero, niente sarà più come prima.

(Marco De Rosa)

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