Tre decenni dopo il mai dimenticato Punitore della Star Comics, i supereroi Marvel tornano ad assaggiare il formato brossurato 16×21 cm universalmente noto come bonelliano. Lo fanno grazie a Panini Comics, che ha scelto di riproporre integralmente in tale veste due capisaldi della storia dei comics quali la lunga run degli X-Men firmata da Chris Claremont e l’altrettanto seminale ciclo di Frank Miller su Daredevil.

Una scelta di sicuro non banale, spiegata dall’editore con la volontà di favorire la fruizione di storie tanto leggendarie da parte di un pubblico più vasto possibile, compresi – perché no – i neofiti del Marvel Universe che già hanno familiarità con il formato Bonelli, grazie anche a un prezzo alla portata di tutte le tasche. Ma una scelta che, nondimeno, ha immediatamente scatenato la prevedibile ridda di reazioni sui social, con la folta schiera degli haters particolarmente agguerrita nel lamentare il tradimento degli standard consolidati.

In un clima già così surriscaldato, l’onore (e l’onere) di aprire le danze tocca ai pupilli del professor Xavier, con un numero d’esordio (Marvel Integrale: X-Men nr. 1, 96 pp a colori, Panini Comics, gennaio 2019, € 4,90) che inizia con il celeberrimo Giant-Size X-Men del 1975, albo entrato di diritto nell’Olimpo del fumetto supereroistico in quanto segnò la Seconda Genesi degli Uomini-X e, quindi, il debutto ufficiale della squadra mutante più amata di sempre.

Va ricordato che all’epoca, e già da qualche anno, la testata degli X-Men pubblicava esclusivamente ristampe e che eventuali nuovi sviluppi delle loro vicende, per esempio l’abbandono del team da parte di Hank “Bestia” McCoy e il suo passaggio nelle file dei Vendicatori, si potevano apprendere solo seguendo le apparizioni del gruppo su altre serie Marvel.

Intanto, però, ai piani alti della Casa delle Idee si faceva largo l’intuizione di regalare ai mutanti una seconda possibilità, partendo da un radicale cambio di formazione. Palla allo scrittore Len Wein, quindi, che per quel fondamentale (ma al tempo nessuno può prevederlo…) Giant-Size X-Men schiera Wolverine, da lui stesso creato l’anno precedente su The Incredible Hulk, ripesca un paio di vecchie conoscenze come Banshee e Sole Ardente e lancia un pugno di eroi nuovi di zecca: Tempesta, Nightcrawler, Colosso e Thunderbird.

Il motivo che spinge il Professor X a cercarli e riunirli, come è noto, è il recupero degli X-Men originali misteriosamente scomparsi, con la sola eccezione di Ciclope, durante una missione sull’isola di Krakoa. Superfluo riassumere qui gli sviluppi di una trama conosciuta a menadito da tutti i fan del globo: basti dire che Krakoa si rivelerà ben più (e peggio) di una semplice isola e che alla fine, com’è ovvio, il salvataggio dei dispersi andrà a buon fine.

Più importante è invece sottolineare come, confortata dal successo ottenuto da quell’albo, la Marvel decise di proseguire l’esperimento con nuove X-storie inedite, che videro la luce a partire dal nr. 94 della serie regolare.

Ed è qui che entra in scena l’allora giovanissimo Claremont, per due albi ancora affiancato da Wein come autore dei soggetti e poi, dal nr. 96 (l’ultimo contenuto nel brossurato oggetto di questa recensione), timoniere unico di una testata di cui reggerà le sorti per i successivi 16 anni, portandola ai vertici assoluti delle vendite e della popolarità.

Certo, questi primissimi episodi – che vedono il gruppo alle prese dapprima con il Conte Nefaria e i suoi Ani-Uomini e in seguito con il terribile demone Kierrok – per quanto gradevoli ci appaiono oggi tutto sommato ingenui, figli come sono della loro epoca, e decisamente lontani dal mood cupo e drammatico che costituirà la cifra stilistica predominante di X-Chris. Eppure, già fanno capolino segnali della sua abitudine a inserire nella trama dettagli, spesso quasi impercettibili, destinati a essere poi sviluppati nel corso degli anni, fino a trasformare la serie in una complessa, affascinante soap-opera. C’è un colpo di scena luttuoso, ideale antipasto dei tanti che caratterizzeranno gli Eighties, e viene presentato un comprimario destinato a giocare un ruolo di rilievo nella saga dei mutanti marvelliani: Moira MacTaggart.

Ma se sulle doti narrative di Claremont, così come sulla valenza storica di queste trame, ben poco possiamo aggiungere qui, la domanda che agita gli appassionati fin dall’annuncio dell’iniziativa alla scorsa Lucca Comics è: quanto la riduzione delle dimensioni finisce per penalizzare le tavole? E, più in generale, è lecito mortificare una forma d’arte come il Fumetto (soprattutto quando si tratta di un fumetto così “importante” per la storia stessa del medium) vendendolo in un formato diverso, e molto più piccolo, rispetto a quello per il quale era stato concepito?

Senza volerci per forza unire al coro degli indignati di cui parlavamo all’inizio, onestà impone di rilevare che sì, la penalizzazione c’è, e si vede. Certo, il tratto plastico e dinamico di Dave Cockrum, solido disegnatore abbeveratosi alla scuola di Carmine Infantino, mantiene comunque una sua godibilità: ma, complice anche la sovrabbondanza di testi e delle didascalie iperdescrittive tipiche dell’epoca, finisce per pagare uno scotto significativo al formato ridotto, specie nelle tavole più articolate e nelle sequenze di massa e di battaglia.

Un peccato? Sicuro che lo è. Un peccato mortale, tale da condannare Panini alla dannazione eterna e alla crocifissione sulla pubblica piazza di Facebook? No, non saremo così lapidari.
Perché il Fumetto, non c’è dubbio, è una forma d’arte. Ma è anche un medium votato all’intrattenimento e, in quanto tale, può essere fruito in diversi modi e a diversi livelli, a seconda di quelle che sono le preferenze, le abitudini di consumo e, anche, le possibilità di spesa di ciascuno. E quindi, così come c’è chi la visione di un film la concepisce esclusivamente al cinema su megaschermo iMax, ma c’è anche chi lo guarda senza problemi sul tablet o magari in tv su Canale 5 con tanto di interruzioni pubblicitarie a raffica, analogamente un albo a fumetti lo si può leggere anche in un formato più piccolo dell’originale, se si ritiene che ciò che si perde a livello di impatto visivo venga compensato da un prezzo concorrenziale, o magari da una maggiore maneggevolezza. Senza che ciò susciti scandalo o particolare riprovazione verso l’editore che lo propone.

In questo particolare caso, quindi, nulla da eccepire rispetto alla scelta di Panini (sarebbero altri gli aspetti della sua politica editoriale e commerciale che meriterebbero di essere discussi, ma non è questo il momento né il luogo…). Se davvero l’idea di avvicinare così nuove fasce di lettori a un classico immortale dei comics supereroistici americani si rivelerà un successo, ce lo dirà come al solito il mercato. Cioè il gradimento, o meno, da parte del pubblico.

Certo, il vostro umile Sbam-recensore – quando viene preso da attacchi di X-nostalgia – preferisce sempre estrarre dalla busta un vecchio albo dell’Editoriale Corno, o pescare in libreria un lussureggiante (ma anche costosissimo, eh…) Omnibus della Panini.

Però, se davvero prima d’ora non vi siete mai accostati al fantastico universo mutante di Chris Claremont (per non parlare del Devil di Miller, in rampa di lancio settimana prossima…), anche questa edizione “bonellide”, pur con tutti i suoi limiti, può rappresentare un buon modo per correre ai ripari e colmare la lacuna senza massacrare il portafoglio. Poi, tanto, a recuperarli in formato standard fate sempre in tempo…

(Marco De Rosa)

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