Ci sono fumetti che, appena annunciati, si trasformano subito in eventi. Ci sono albi tanto attesi che, quando finalmente li si ha tra le mani, si rischia di non riuscire a giudicarli con la necessaria lucidità. Quasi che il semplice fatto che quell’albo sia uscito travalichi per importanza la storia che racconta. E, soprattutto, il modo in cui la racconta.

Il gran ritorno dei Fantastici Quattro, dopo quasi tre anni di assenza dagli scaffali, è senza dubbio uno di quei fumetti. Nondimeno, il nostro dovere di Sbam-recensori è valutarlo come qualsiasi altro albo, certo non ignorandone la valenza in qualche misura “storica”, ma cercando comunque di evidenziarne i pregi così come gli eventuali difetti.

Messo “in pausa” nel 2015 per una serie di motivi che sarebbe ozioso approfondire in questa sede (ragioni narrative, calcolo editoriale, congiunture crossmediali sfortunate, strategie di marketing…) e privato di due dei suoi membri in seguito agli eventi di Secret Wars, il primo supergruppo Marvel si ripresenta con una serie nuova di zecca, che riparte dal numero 1 (48 pagg. a colori, Panini Comics, dicembre 2018, € 3,50) sull’onda del Fresh Start voluto dall’editor-in-chief C.B. Cebulski, forte di un team creativo d’eccellenza composto da Dan Slott e dalla nostra Sara Pichelli.

Come già l’edizione americana, lo spillato che abbiamo appena finito di leggere contiene anche una gradevole storia dedicata al Dottor Destino, scritta dallo stesso Slott per le matite di Simone Bianchi (altro valente portabandiera della Marvel “tricolore”), oltre a un innocuo divertissement disegnato da Skottie Young. Riteniamo però sia doveroso concentrare qui la nostra attenzione sui Fantastici Quattro e, quindi, sull’episodio di apertura. Quello che, stando alle aspettative dei lettori (e agli annunci di casa Marvel), avrebbe dovuto finalmente sancire la reunion del leggendario team.

Il punto di partenza è noto, perché già tratteggiato da Chip Zdarsky su Marvel 2-in-uno, la serie concepita come “apripista” per il ritorno in scena dei Fab Four. Con Reed e Sue dispersi nel Multiverso insieme ai figli Franklin e Valeria, sulla Terra il focoso, fragile Johnny si ostina a mantenere viva la speranza di poterli un giorno rivedere, mentre Ben – la rocciosa, umanissima Cosa dagli occhi blu – ha ormai completato il doloroso percorso di accettazione: i suoi amici, la sua famiglia, sono morti e per lui è arrivato il momento di andare avanti. Anche prendendo una fatidica decisione troppo a lungo rimandata, e destinata a segnare il punto di partenza della sua nuova vita. Una vita, un futuro senza Fantastici Quattro. Ma proprio mentre, in seguito all’ennesimo drammatico confronto, anche Johnny sembra alla fine arrendersi all’evidenza, ecco che in cielo appare qualcosa: il segnale che, tutto sommato, sperare era giusto. E che i Fantastici Quattro, forse, stanno davvero per tornare tra noi…

Un cliffhanger mica da poco, quello che chiude la storia. Che rende praticamente obbligato l’acquisto del prossimo numero e che arriva dopo una ventina di pagine in cui a farla da padrone sono l’emozione e il sentimento. In cui Slott ci invita esplicitamente a non mettere da parte la speranza e, soprattutto, a non aver paura di abbandonarci alla nostalgia. Già, la nostalgia: è di questo che si parla, in fondo. È questo, forse, il concetto attorno al quale ruota l’intera operazione-recupero dei FQ. Quel che abbiamo amato rimane sempre con noi e, per quanto le circostanze sembrino congiurare per scoraggiarci, dobbiamo fare il possibile per non lasciarlo andare. Una verità, a ben guardare, strettamente connessa alla natura stessa dei comics supereroici americani, che proprio nella perpetuazione seriale dei personaggi e delle situazioni trovano uno dei loro tratti più caratterizzanti.

È quindi una piacevole atmosfera da “ritorno a casa”, quella che tavola dopo tavola avvolge il lettore, tra i pensieri colmi di affetto e gratitudine che tutti – i supereroi così come la gente comune – rivolgono al quartetto di coraggiosi che anni addietro sfidò i misteri del cosmo e la comparsa di tanti storici comprimari, da Alicia, l’eterna fidanzata di Ben (ma ancora per quanto?), a Wyatt, mai dimenticato compagno di stanza di Johnny ai tempi del college.

Volti familiari di una serie che, in fondo, come protagonista ha sempre avuto proprio una famiglia. Composta da individui straordinari, capaci di allungarsi, spostare palazzi, infiammarsi o diventare invisibili, ma assolutamente tradizionale nella composizione e nei valori di riferimento. Un modello che, rispetto agli anni Sessanta in cui debuttò il Quartetto, è andato progressivamente incontro a una crisi profondissima, che ne ha minato la credibilità e l’appeal presso il pubblico e che, nella narrativa pop, si è tradotta nel trionfo di un’interminabile teoria di nuclei disfunzionali, aperti a ogni genere di innovazione di fatto.

E se è indubbio che tale crisi ha giocato un ruolo non secondario nel lento declino dei FQ, è altrettanto vero che è proprio il loro essere “una famiglia” che ne racconta, oggi come ieri, lo spirito più autentico («Siamo avventurieri, e stiamo vivendo l’avventura più grande: far parte di una famiglia», si legge non a caso all’inizio dell’albo). Uno spirito che Slott, almeno stando alle impressioni suscitate da questa prima storia, pare non abbia alcuna intenzione di tradire, accettando la non banale sfida di ripresentarci i Fantastici Quattro cambiati sì, ma pur sempre fedeli ai valori familiari che hanno incarnato per quasi sei decenni.

Nuovi eppure antichi, insomma. Che è un po’ l’idea-guida dell’intero Fresh Start marvelliano.
Ci riuscirà? Per scoprirlo non resta che continuare a leggere, ma di certo il proposito appare ambizioso e le premesse già incuriosiscono.

Quello che invece non ha bisogno di ulteriori verifiche o conferme è il talento di Sara Pichelli, che si fa apprezzare nella regia della tavola ma che esplode letteralmente quando si tratta di “recitazione” ed espressività dei personaggi. Il carico di emotività, la forza dei sentimenti che i suoi protagonisti esprimono attraverso i gesti e i volti sono davvero notevolissimi. E a beneficiarne è soprattutto la Cosa, che ci appare vivo, credibile nei suoi tormenti e nelle sue scelte, capace di trasmettere, con quel viso tutto spigoli e superfici ruvide, un pathos che, ne siamo certi, in alcune sequenze renderebbe orgoglioso lo stesso Jack Kirby.

Promozione a pieni voti, quindi?
Non del tutto. O meglio: promozione sì, certo, ma con qualche (piccola) riserva. Perché va bene l’atmosfera, vanno bene il sentimento e la nostalgia, vanno bene i potenziali sviluppi che si intuiscono qua e là, vanno bene – anzi, benissimo – i disegni, però, tirando le somme, che cosa ci ha raccontato questa storia?

A parte un paio di avvenimenti, uno dei quali anche abbastanza importante (no spoiler!), poco o nulla. Tanto che, a livello puramente narrativo, più che al primo numero di una nuova serie si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un numero zero, a una sorta di lungo teaser o, meglio ancora, a un “riassunto delle puntate precedenti” che fa il punto della situazione a beneficio di chi non ha letto Marvel 2-in-uno o, comunque, non è particolarmente aggiornato sugli sviluppi dell’Universo Marvel.

E se è vero che una trama epocale come quella relativa alla “rinascita” dei Fantastici Quattro ha necessariamente bisogno di un respiro più ampio di quello di un unico numero in formato standard, e che tra le mission di un bravo sceneggiatore seriale c’è anche quella di tenere in sospeso i lettori quanto basta per indurli a tornare il mese successivo, è altrettanto vero che ogni singolo albo deve comunque raccontare qualcosa per cui valga la pena di mettere mano al portafoglio.

Cosa che questo Fantastici Quattro nr. 1, in effetti, non fa, lasciandosi apprezzare (tanto) quasi esclusivamente per le sensazioni che risveglia e le speranze che suscita. E, dettaglio non trascurabile, dicendoci che, per vedere davvero il ritorno che abbiamo così a lungo atteso, e che costituisce il motivo principale per cui la maggior parte dei fan ha acquistato questo fumetto, tocca in realtà aspettare almeno altri 30 giorni. Ah, le moderne strategie del marketing editoriale…

(Marco De Rosa)