A sei mesi dal debutto in libreria del volume che raccoglieva i primi due episodi, e giusto in tempo per capitalizzare gli ultimi fuochi delle celebrazioni per il cinquantennale di quell’anno così simbolico e decisivo, arriva anche in edicola il numero d’esordio di Cani sciolti (Sessantotto, 64 pp. in b/n, novembre 2018, € 3,50), la serie con cui Sergio Bonelli Editore si cimenta nella non banale sfida di raccontare il 1968 italiano.
Un’incursione nella nostra storia recente che, se non rappresenta un assoluto inedito per la Casa di via Buonarroti, poco ci manca. E che, non a caso, vede la luce sotto il marchio Audace, l’etichetta-ombrello nata per distinguere pubblicazioni dal taglio più “adulto” rispetto ai classici standard dell’editore.

Il timone del progetto, e non poteva essere altrimenti, è affidato alle solide mani di Gianfranco Manfredi, sceneggiatore bonelliano di lungo corso (Magico Vento, Volto Nascosto, Shangai Devil, Adam Wild) ma anche scrittore e musicista “militante” che quella stagione l’ha vissuta in prima persona, l’ha cantata e raccontata in più occasioni e che quindi ne conosce in profondità non solamente le cronache ufficiali, ma anche le sfumature e le atmosfere meno ovvie.
La scelta dell’autore, appare chiaro fin da subito, è quella di leggere la grande Storia (con la maiuscola) attraverso le piccole storie di individui comuni, che si ritrovano a vivere in prima persona, o semplicemente a osservare da vicino, eventi destinati a segnare un’epoca.

Nei giorni fatidici del marzo 1968, a Milano, facciamo quindi la conoscenza, uno dopo l’altro, con sei studenti universitari, tutti a vario titolo coinvolti nelle mobilitazioni che proprio in quel periodo iniziano a infiammare la loro generazione. Sono il barbuto Pablo, scanzonato e idealista dotato di un carisma naturale, l’ombrosa e indipendente Lina, l’apparentemente pacioso ma in realtà intransigente Deb, il biondino Milo, che ama la musica (quasi) quanto la rivoluzione, il centauro Turi, stile “gaglioffo” e giubbotto alla Steve McQueen, e Marghe, la più giovane e anche la più ricca del gruppo, rampolla di un pezzo grosso di Mediobanca.
Una compagnia di caratteri variegati, accomunati dall’origine borghese (si tratta pur sempre di figli di un’epoca in cui, all’università, di proletari se ne vedevano ben pochi…) e dall’ansia di ribellarsi in qualche modo allo status quo. Ribellione che riempie la loro quotidianità, sebbene i sei non facciano parte di alcuna formazione organizzata (ecco spiegato il titolo Cani sciolti), e ne orienta inevitabilmente anche i rapporti personali e le relazioni con le famiglie, quasi sempre vissute come ingombranti retaggi di un ancien régime da abbattere al più presto.

La penna di Manfredi ci accompagna quindi attraverso un paio di loro giornate-tipo, tra momenti che segnarono il marzo milanese di quell’anno – le occupazioni e i successivi sgomberi dell’Università Statale o il sit-in davanti alla Cattolica, culminato in violenti scontri con la polizia –, veloci colazioni al Bar Magenta e incursioni negli amati negozi di dischi, come quello gestito dall’apprensiva madre di Milo.
Ed è proprio qui, forse, che l’albo spara le sue cartucce migliori: nella resa minuziosa degli scenari di quel periodo, in un quadro d’epoca che l’autore tratteggia potendo contare sulle efficaci matite di Luca Casalanguida, davvero encomiabile per come riproduce tavola dopo tavola le strade, i palazzi e i diversi ambienti della Milano di fine anni Sessanta.

Per il resto, la carne al fuoco è ancora forse troppo poca per poter esprimere un giudizio compiuto sulla ricetta preparata da Manfredi. La sua abilità è fuori discussione, e infatti certi sapori già si intuiscono e stuzzicano il palato, a cominciare dalla caratterizzazione dei personaggi, tutti sufficientemente tridimensionali e mai macchiettistici, alcuni capaci anche di suscitare una certa immediata empatia. Ma, presentazione dei protagonisti a parte, in queste prime sessanta pagine di fumetto succede davvero poco, e quel poco non basta per farsi un’idea di dove andrà a parare la storia nei numeri a venire.
Sappiamo, perché l’autore l’ha anticipato in sede di presentazione, che la serie si radicherà soprattutto negli anni Settanta, non disdegnando però flashback su epoche precedenti così come flashforward dove ritroveremo i nostri in età adulta (il primo arriverà già nel numero 2, con un balzo in avanti di vent’anni). E sappiamo anche che le vicende non si svolgeranno solamente a Milano, e neppure solamente in Italia (un certo spazio, per esempio, lo avranno le vicende cilene del 1973).

Anni e temi difficili quanto controversi – così come controversa e tuttora oggetto di dibattito è la vera valenza dell’eredità lasciataci dal ’68 – che potrebbero (dovrebbero) richiedere un respiro più ampio rispetto all’agrodolce e un po’ nostalgico “come eravamo” a base di schitarrate di Guccini o di Pete Seeger che qua e là fa capolino nell’albo d’esordio e che al cinema, per restare in ambito “sessantottino”, ha già inferto colpi ferali a pellicole come Il grande sogno o il ben più notevole La meglio gioventù.
Respiro più ampio ma, anche, coraggio e onestà intellettuale. Quelli necessari per raccontare i momenti in cui, presumibilmente, i nostri protagonisti vedranno l’allegro libertarismo e la sregolatezza ribelle e quasi giocosa che sono la cifra distintiva di queste prime pagine rimpiazzati dal plumbeo conformismo dei servizi d’ordine, dalla logica delle chiavi inglesi e delle pistole per cui ammazzare giovani di idee politiche diverse “non è reato”. O, ancora, per portarli molti anni più tardi a fare i conti in maniera credibile con ciò che è effettivamente rimasto, non solo nel mondo che li circonda ma anche e soprattutto in loro stessi, dei sogni rivoluzionari di gioventù.

Toccherà a Manfredi, uomo orgogliosamente “di parte”, certo, ma soprattutto scrittore di grande professionalità e rigore, dimostrarsi all’altezza di snodi tanto decisivi e turbolenti del nostro Novecento, i cui riflessi si proiettano netti ancora oggi, rifuggendo la tentazione di calare i propri personaggi in narrazioni troppo parziali, fastidiosamente agiografiche o, peggio ancora, assolutorie. E, cosa forse ancora più difficile, toccherà a lui anche farlo senza scivolare in toni piattamente documentaristici, ma regalando pathos e spessore drammatico a quella che – non dimentichiamolo – è pur sempre una storia a fumetti prodotta dall’editore che più di ogni altro ha fatto dell’Avventura, in tutte le sue declinazioni, il proprio marchio di fabbrica.

Noi, nel nostro piccolo, abbiamo fiducia. O, quantomeno, siamo curiosi. Ecco perché aspettiamo con un certo interesse la prossima uscita di un progetto comunque insolito per quelli che sono i canoni che Bonelli ci ha reso familiari in decenni di onorato servizio. E se lo scopo di ogni numero uno che si rispetti è quello di indurre i lettori a tornare in edicola il mese successivo, si può dire che – per quanto ci riguarda – Cani sciolti ha fatto appieno il suo dovere.

(Marco De Rosa)

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