Precedute dalle lusinghiere recensioni rimbalzate dagli States, e ormai diffusamente anticipate dal licenziatario italiano Panini Comics, (anche con la nostra intervista al suo direttore Marco M. Lupoi), ecco approdare sugli scaffali della Penisola le primissime serie Marvel concepite sotto l’egida del nuovo editor-in-chief C.B. Cebulski e del suo Fresh Start, l’ennesimo rilancio sul quale la Casa delle Idee conta per puntellare la propria leadership fumettistica globale e capitalizzare al meglio il clamoroso successo che i suoi personaggi riscuotono sul grande schermo.

Un rilancio, in verità, che stavolta appare un po’ più radicale rispetto al recente passato (per certi versi, anche più radicale di quello che fu Marvel Now!), tanto che Panini ne ha approfittato non solo per far ripartire dal numero 1 gran parte delle testate, ma anche per ridefinire il proprio piano editoriale con l’ambizioso proposito di cambiare il modo stesso di leggere i supereroi in Italia, attraverso il lancio di alcuni albi che, in quanto a foliazione (24 pagine) e sommario (un solo protagonista, senza comprimari e riempitivi), rappresentano altrettanti inediti per quelle che sono le abitudini dei fan nel nostro Paese.

L’onore e l’onere di aprire le danze, inaugurando una raffica di uscite che, tra novembre e dicembre, ridisegneranno il volto della Marvel tricolore, è toccato a un trio di pesi massimi: il sempre amichevole Arrampicamuri di quartiere, gli Eroi più potenti della Terra e il caro vecchio Testa di Ferro (quello vero, diffidate dalle imitazioni…).
L’occhio rapace del vostro affezionato recensore, ovviamente, non poteva esimersi dal planare su queste golose primizie. Per raccontarvele come solo noi di Sbam! sappiamo fare.

UN RAGNO TUTTO NUOVO. ANZI, VECCHIO
Amazing Spider-Man nr. 1 (710) – 80 pp. a colori – € 3,90

Back to Basics, ritorno alle origini. Più che un titolo è una vera e propria dichiarazione d’intenti quella con cui Nick Spencer battezza la propria saga d’esordio al timone dell’ammiraglia ragnesca, dopo la decennale gestione di Dan Slott.
Intenti che ricalcano quelli dell’intera operazione Fresh Start, cioè riportare gli eroi marvelliani alla loro essenza più profonda, rimettendo i personaggi e le storie al centro di un universo narrativo troppo spesso sballottato tra crossover stiracchiati ed eventoni tanto frequenti quanto superflui.

Niente più Peter Parker miliardario a zonzo per il mondo, quindi. Niente più Dottor Octopus che per un periodo veste i panni del nostro eroe, e stop a liaison sentimentali variegate e improbabili. Seguendo una strada peraltro già tracciata dallo stesso Slott nell’ultimissima fase della sua run, qui si riparte da New York, da un protagonista in perenni difficoltà economiche (tanto da dover condividere l’appartamento con Randy Robertson, figlio del suo capo Robbie, e con un criminale sostanzialmente ridicolo come Fred Myers, alias Boomerang) e dalla ritrovata centralità di Mary Jane.

Classicissimo è anche il villain di turno, il buon vecchio Mysterio, autore di un attacco capace di mettere alle strette una bella fetta del pantheon supereroico della Grande Mela, alle cui spalle intravediamo però le trame di una minaccia ben più oscura, destinata a turbare i sonni di Spidey nei mesi a venire.

Per quanto un solo numero sia decisamente poco per sbilanciarsi in giudizi definitivi, piace il tentativo da parte di Spencer (già autore, ricordiamolo, dello spassoso Superior Foes of Spider-Man) di recuperare qua e là i toni comedy che appartengono al background originario del personaggio. Così come azzeccata appare la scelta, in mezzo a dialoghi molto fitti come da abitudine dello scrittore, di dare ampio spazio a una voce fuori campo che incarna la coscienza di Peter, elemento chiave nella caratterizzazione di un eroe che ha sempre visto la propria bussola morale oscillare tra sensi di colpa e ossessivi richiami alla responsabilità.

Nessuna rivoluzione, insomma, ma piuttosto una restaurazione gentile che non dimentica di strizzare l’occhio alla modernità. E alla quale una bella mano la danno le matite sbarazzine di Ryan Ottley, semplici nel tratto, pulite nello storytelling eppure capaci di distillare tavole di ottimo impatto. Il cui unico difetto, a voler cercare il proverbiale pelo nell’uovo, consiste forse in una certa fatica (o ritrosia?) a staccarsi dalle atmosfere e dal character design della lunga run su Invincible, tanto che Peter in alcune inquadrature finisce per somigliare fin troppo a Mark Grayson, mentre Mary Jane potrebbe facilmente essere scambiata per la sorella maggiore di Atom Eve.

Ma si tratta, appunto, di dettagli. Che nulla tolgono alle incoraggianti sensazioni suscitate da una serie che promette di regalare nuovo sprint all’omonimo spillato. Il quale, per il resto, mantiene invariate periodicità (quindicinale) e foliazione (80 pagine), così da poter ospitare anche le avventure degli altri Ragni “ufficiali” della Marvel: Ben Reilly, temporaneamente in panchina, e Miles Morales, qui impegnato nella prima parte della saga di congedo di Brian Michael Bendis, ormai accasato presso la Distinta Concorrenza. E, anche in questo caso, non manca una spruzzata di classicismo, visto che lo scrittore recupera – seppure in una nuova formazione – lo storico sindacato criminale dei Sinistri Sei, il cui esordio risale nientemeno che al primo annual di Amazing Spider-Man, datato ottobre 1964.

ATTENTI A QUEI TRE
Avengers 1 (105) – 48 pp. a colori – 3,50 euro

Fresh Start o meno, una cosa è certa: i Vendicatori (pardon, Avengers) sono e rimarranno l’architrave del Marvel Universe, il centro di gravità attorno al quale tutti gli altri personaggi e le diverse famiglie supereroiche sono destinati a ruotare con le rispettive saghe.
A imporlo, del resto, è lo strabiliante riscontro che arriva dai botteghini del cinema, che ha trasformato gli Eroi più potenti della Terra in un’icona crossmediale globale e che, inevitabilmente, finisce per condizionare le scelte editoriali e narrative della Casa delle Idee.

Scelte che, quasi a voler ribadire ulteriormente il concetto, si sono spinte fino a 1.000.000 di anni fa, quando – come ci ha svelato Jason Aaron nello speciale Legacy – era già attiva una primissima formazione di Vendicatori, che annoverava tra le proprie file le versioni preistoriche di Pantera Nera, Ghost Rider, Iron Fist, Starbrand e Fenice, oltre allo stregone supremo Agamotto e a Odino.
Ed è proprio da questi personaggi che lo stesso Aaron prende oggi le mosse per inaugurare il nuovo corso di quella che, almeno per un po’, dovrebbe essere l’unica serie a fregiarsi della testata Avengers (fatta eccezione per i recentemente rilanciati West Coast Avengers, che però meriterebbero un discorso a parte).

Li seguiamo quindi mentre, nel remoto passato, si preparano a fronteggiare una schiera di Celestiali in procinto di planare sulla Terra. E, subito dopo, ci trasferiamo nel presente, dove l’autore non tarda a mettere in chiaro l’obiettivo di recuperare lo spirito originario della serie affidando il pallino dell’azione ai tre Vendicatori più storici e iconici, tutti reduci da traversie che ne hanno complicato non poco l’esistenza: un Tony Stark appena uscito dal coma e ritornato a indossare l’armatura di Iron Man, un figlio di Odino non più indegno di portare il nome di Thor ma comunque orfano del martello Mjolnir e uno Steve Rogers/Capitan America tuttora impegnato a sanare le ferite morali e d’immagine arrecate dalla sua versione “malvagia” vista all’opera durante Secret Empire.

In questo contesto, non stupisce che sia Cap, i cui valori hanno sempre costituito il principale cemento del gruppo anche durante le crisi più profonde, a sostenere che tocchi proprio a loro tre e non ad altri rimettere insieme la squadra («A volte ciò che è vecchio torna a essere nuovo. È la storia della mia vita», spiega a un inizialmente perplesso Tony).

Neppure il tempo di sugellare il patto con un drink, ed ecco che scoppia la crisi: annunciata da una serie di fluttuazioni energetiche nei pressi dell’orbita terrestre, vede coinvolti in diversi momenti e luoghi anche Pantera Nera, Dottor Strange, Ghost Rider e Capitan Marvel, salvo poi culminare in una “pioggia” di enormi Celestiali morti, preludio allo sbarco della minacciosissima Ultima Schiera

Roba grandiosa e un po’ smargiassa, insomma. In tutto e per tutto degna di un blockbuster hollywoodiano, che Ed McGuinness trasferisce su carta con il suo caratteristico tratto al contempo cartoonesco e potente, che si esalta nella rappresentazione quasi grottesca dei personaggi più massicci e dal quale scaturiscono tavole piene di enfasi ed energia.

A conti fatti, un primo numero assolutamente godibile, ma che ancora non chiarisce dove andrà a parare la serie: instant classic o tamarrata galattica? Il credito che riconosciamo ad Aaron, ormai da tempo “architetto” principe del Marvel Universe e autore, tra le tante altre cose, di uno dei cicli di Thor più belli di sempre, ci induce a essere ottimisti sul fatto che, alla fine, la strada intrapresa sarà più vicina alla prima che alla seconda.

Ma se questo, come si dice, lo potremo scoprire solo vivendo (cioè con le prossime uscite), è invece già una certezza il format che la testata manterrà d’ora in avanti: uno spillato mensile di 48 pagine che, complice l’abbondanza della produzione americana, avrà carattere monografico ospitando in ogni numero due storie complete degli Avengers. Per chi scrive, la soluzione di gran lunga preferibile a livello di fruibilità e piacere di lettura.

BENTORNATO, MR. STARK
Tony Stark: Iron Man 1 (65) – 32 pp. a colori – € 2,00

Chi è Iron Man? Facile, risponderebbe anche il più distratto dei Marvel fan: Iron Man è Tony Stark, finalmente ritornato dal coma (o animazione sospesa? O quasi-morte?) per reimpossessarsi del nome e dell’armatura (“delle” armature, in verità) che tanto l’hanno reso celebre negli ultimi decenni.

Vero, ma fino a un certo punto: Iron Man è anche (soprattutto?) un’idea. Un’idea in costante evoluzione, il cui unico limite è rappresentato dalla fantasia. Ed è anche, in qualche modo, un’idea “collettiva”, condivisa da Tony con tutti coloro che collaborano con lui sotto le insegne della Stark Unlimited.

Questo, almeno, è ciò che ci dice al termine del suo primo numero il nuovo scrittore Dan Slott, ansioso di rimettersi in gioco dopo dieci anni spesi perlopiù a volteggiare appeso a una ragnatela. Uno del quale il gran capo Cebulski deve fidarsi un bel po’, visto che, oltre alla gestione di Testa di Ferro versione Fresh Start, gli ha consegnato anche le chiavi di una delle serie più attese dell’anno, quella che sancirà (a dicembre in Italia) il ritorno in pompa magna dei Fantastici Quattro.

Fedele al mandato ricevuto, Slott posiziona subito al centro della scena il redivivo Tony, ce lo mostra all’inizio addirittura bambino (ma già geniale e dotato di un ego ipertrofico) e poi intento a fare da cicerone a una vecchia conoscenza tra le meraviglie e i segreti della sua azienda.
Finché, a interrompere il giro, non arriva una minaccia che più vintage non si può: il drago Fin Fang Foom (prima apparizione 1961, due anni in anticipo rispetto allo stesso Iron Man…). Segue sfoggio di armature grandi e piccole, cannoni repulsori, microcapsule che scorrazzano per il flusso sanguigno del bestione fino a scoprire che la sua furia è stata scatenata da qualcuno che lo tiene sotto controllo. Chi? Per il nostro eroe rimane per ora un mistero, mentre noi lettori lo scopriremo proprio nell’ultimissima pagina dell’albo…

Modernità e tradizione. Futuro e passato. Tornei robotici (come quello in cui è impegnato il Tony in calzoni corti) e lucertoloni arcaici. Nuovi comprimari (come Andy Bhang, rivale degli anni giovanili e ora neo-assunto alla Stark Unlimited) e la cara, vecchia abitudine di sparare battute piacione a raffica che da qualche anno è assurta a cifra distintiva del nostro eroe. Slott shakera un po’ di tutto per servirci un cocktail complessivamente piacevole. Che sul momento appaga il giusto ma che, una volta consumato, sfuma senza lasciare retrogusti duraturi, né ricordi particolarmente significativi. Così come i disegni di un Valerio Schiti pieno di brio ma dal tratto più “pacioccone” del solito, peraltro non proprio esaltato dai colori fin troppo piatti di Edgar Delgado.

Un esordio che, in attesa magari di acquisire a rodaggio ultimato quel pizzico di gradazione alcolica in grado di rendere più sfiziosa la ricetta, si butta giù tutto d’un fiato. Grazie anche all’estrema agilità del formato: appena 32 pagine (destinate a scendere a 24 nelle successive uscite) e una sola storia a numero. Zero fronzoli, zero serie di supporto: un modello che da sempre va per la maggiore negli States e conosce un buon successo anche in alcuni Paesi europei, ma che per il marvelofilo italico costituisce una novità assoluta, destinata a estendersi a diverse altre testate. Panini dichiara di crederci molto. Avrà visto giusto? Al mercato, cioè ai lettori, l’ardua sentenza.

(Marco De Rosa)