Ed Brubaker – Sean Phillips, Kill or Be Killed, vol. 1, 128 pp. a colori, Mondadori Oscar Ink 2017, € 19,00

Nel mondo del Fumetto ci sono autori il cui nome, da solo, è garanzia di qualità. Ci sono poi coppie di autori che, quando si trovano a lavorare insieme ai testi e alle matite, rappresentano una garanzia addirittura doppia. Merito della specialissima alchimia che si viene a creare tra i rispettivi talenti, capace di trasformare qualsiasi loro fatica in un gioiellino e, nei casi più fortunati, in qualcosa di molto vicino al capolavoro.
Una di queste coppie è senza dubbio quella composta dallo scrittore Ed Brubaker e dal disegnatore Sean Phillips, la cui collaborazione nel corso degli anni ci ha regalato titoli di gran livello come Criminal, Fatale e Incognito, che alla solida ispirazione crime-noir di base hanno saputo sommare di volta in volta saporite e originali digressioni pulp, horror o supereroistiche.

Da appassionati del miglior fumetto americano (e del buon Fumetto in generale), non possiamo quindi che salutare con soddisfazione Kill or Be Killed, nuovo capitolo di tale fortunato sodalizio pubblicato negli States da Image Comics e prontamente proposto al pubblico di casa nostra da Mondadori nella sempre più interessante etichetta Oscar Ink.

La storia ha per protagonista Dylan, ventottenne newyorkese la cui esistenza pare il manifesto della mediocrità. Universitario fuori corso, debole, insicuro, eternamente indeciso, incapace di darsi uno scopo che non sia quello di trascinarsi stancamente tra la facoltà e il divano di casa. È innamorato della sua migliore amica che però, manco a dirlo, se la spassa invece con il suo coinquilino. Per uno così, il suicidio appare un approdo fin troppo facile: un salto nel vuoto, mentre su New York cade la neve, lo libererà una volta per tutte da paure e frustrazioni. Miracolosamente, però, Dylan non muore. Ne esce un po’ ammaccato, ma si salva.
Un colpo di fortuna? Neanche tanto. È proprio in quel momento, infatti, che un’oscura presenza si manifesta per proporre al ragazzo il più incredibile dei patti: dato che, salvandosi, Dylan ha sottratto al demone una vita, ora dovrà in qualche modo sdebitarsi, uccidendo lui stesso una persona malvagia. E non una sola volta, ma una ogni mese, fino al termine dei suoi giorni. Altrimenti sarà lui a morire, nel più atroce e crudele dei modi. Uccidi o vieni ucciso, insomma. Ma come può uno “sfigato” del calibro di Dylan trasformarsi dall’oggi al domani in un killer? E come scegliere chi merita davvero di morire? È sufficiente scorrere le cronache dei giornali, o magari nelle pieghe della metropoli si nascondono cattivi più efferati, anche se insospettabili?

Difficile, almeno a nostra memoria, citare un fumetto di Brubaker che non sia “scritto bene”. Qui, però, l’autore si dimostra in forma davvero smagliante, imbastendo una trama che ti cattura fin dalle primissime pagine, che ti fa letteralmente spasimare in attesa del prossimo volume (questo raccoglie i numeri 1-4 della serie americana) e che si sedimenta nelle sinapsi grazie al mirabile intersecarsi di temi, chiavi di lettura e topoi narrativi diversi.

C’è infatti il romanzo di formazione di un protagonista che pur di sopravvivere cresce, si evolve, prende progressivamente coscienza di sé e del peso delle proprie azioni. C’è la parabola ambigua del personaggio che si erge al di sopra della morale comune, decidendo a chi e come sia giusto dispensare la morte fino a trasformarsi in una sorta di improbabile Punitore, pur non possedendo neppure un briciolo delle granitiche certezze che muovono Frank Castle. C’è, anche, il crudo ritratto di una società, quella americana, di cui Brubaker mette a nudo le ingiustizie e le atrocità, in particolare quelle che si consumano lontano dai riflettori dei media, nella generale indifferenza.

Il tutto, come dicevamo, innaffiato dal cristallino talento di uno scrittore che non smarrisce mai i fili dell’intreccio, che sceglie di iniziare la storia in media res ma ne ricostruisce poi presupposti e sviluppi in un sapiente gioco di flashback, che alterna con maestria rallentamenti all’insegna della riflessione a improvvise e spiazzanti accelerazioni, non disdegnando toni “forti” che però non appaiono mai gratuiti, ma sempre funzionali alla narrazione.

A tradurre in disegni le idee di Brubaker ci pensa poi, come e meglio del solito, l’eccellente Sean Phillips con il suo tratto sintetico eppure preciso, vivido eppure oscuro e cattivo, sempre baciato da una capacità registica non comune e dalla perfetta caratterizzazione dei personaggi, le cui espressioni “raccontano” tanto quanto i baloon e le didascalie.

Ciliegina sulla torta, i colori di Elizabeth Breitweiser, la cui tavolozza sporca, fatta di molte ombre e rare luci, dona ulteriore spessore al perfetto amalgama tra testi e immagini, contribuendo in misura significativa a determinare il mood complessivo della serie.

Anche se ormai avete archiviato la classifica delle migliori uscite fumettose del 2017, riapritela senza esitare. Non inserire Kill or Be Killed nelle posizioni di vertice sarebbe un peccato. Mortale.

(Marco De Rosa)

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