Vabbè, lo ammetto: non ho mai letto Cuore di Edmondo De Amicis, uno dei capisaldi della letteratura italiana che tante generazioni di scolari ha tenuto a battesimo (con alterni entusiasmi…).
Prima di lapidarmi, però, sappiate che quel che invece ho letto (per mero dovere universitario) sono gli studi di Cesare Lombroso, padre della criminologia moderna: ergo, dovrei avere almeno il 50% degli “strumenti” per comprendere ed apprezzare Il Cuore di Lombroso (su Le Storie nr. 63, 112 pp. in b/n, dicembre 2017, Sergio Bonelli Editore, € 4,00), storia (almeno per ora) autoconclusiva realizzata da Davide Barzi e Francesco De Stena.

Protagonista della storia è – appunto – Cesare Lombroso, che, nella Torino di fine ‘800, muove i suoi primi passi da criminologo studiando gli esseri umani “dall’esterno” ed elaborando tutta una serie di teorie affascinanti (anche se poi smentite) tra cui quella del delinquente nato (tale per cui un’alta percentuale dei peggiori criminali possiederebbe disposizioni congenite che renderebbero questi soggetti antisociali, indipendentemente dalle condizioni ambientali).
Il caso vuole che una delle sue prime cavie sia tal Giulio Perboni, ex docente morto suicida in carcere e, soprattutto, co-protagonista dell’opera di De Amicis.

E qui finisce l’utilità (ai fini della comprensione della storia) degli strumenti di cui sopra.

Sì, perché a partire dal funerale di Perboni, durante il quale conosciamo (o ritroviamo, a seconda dei casi) tutti gli altri protagonisti, prende il via un giallo a tutti gli effetti, classicissimo sia nei colpi di scena sia nei ribaltamenti di fronte: un giallo che inizia quando la voce narrante di Cuore, Enrico Bottini, viene ritrovato morto con la testa fracassata all’interno del suo piccolo studio. Stessa storte toccherà poi all’agente Derossi
Insomma, qualcuno sta facendo fuori i ragazzi di Perboni. Qualcuno che – come da copione – ha un interesse verso qualcosa, un movente… E per sbrogliare la matassa bisogna partire da questo.
Inizia così per il professor Lombroso una serratissima indagine, nella quale – grazie anche all’aiuto del braccio destro Garrone – diversi scheletri dei protagonisti verranno tirati fuori dai rispettivi armadi.

Un giallo a tutti gli effetti, si diceva sopra…

Stai a vedere che Davide Barzi, sceneggiatore dell’opera, ci ha preso gusto col genere? Una cosa è certa: dopo Unico indizio: le scarpe da Tennis  e diversi episodi “a tema” di Don Camillo, pare proprio che l’ottimo Davide sia specializzato nel “giocare” con i grandi del passato (da quelli realmente esistiti come Jannacci e Lombroso a quelli della letteratura come i ragazzi di Cuore e Don Camillo), trasportandoli nel mondo delle Nuvole Parlanti e inserendoli in trame mistery che, solo all’apparenza, nulla c’azzeccano con le loro caratteristiche: invece di snaturarli però (e qui sta la bontà del suo lavoro), Barzi riesce ad “aggiungere” qualcosa, che “arricchisce” i protagonisti e ce li fa conoscere sotto un’altra luce.

E del resto, chi avrebbe mai potuto dire che uno studioso di mezz’età si trasformasse in una via di mezzo tra Sherlock Holmes ed Hercule Poirot, con un ragazzone come Garrone a fare il Watson (o l’Hastings, se preferite) della situazione?
E chi poteva pensare che un ragazzo cresciuto a pane e buoni sentimenti come… (eh no, mica ve lo diciamo!) potesse un giorno diventare un feroce assassino?
Insomma, con Barzi di certezze ce ne sono poche: anzi no, una c’è. Fa divertire il lettore.

Il tutto senza, ovviamente, dimenticare l’ottimo tratto di Francesco ‘Frankie’ De Stena, abilissimo nel tratteggiare la Torino di fine ‘800, tanto imponente di giorno quanto austera ed inquietante di notte. Quello che emerge da suo lavoro è una cura notevole per i particolari: tralasciando i già citati esterni, è impressionante sia l’opera di ricostruzione degli interni dei palazzoni ottocenteschi, sia quello sugli strumenti “da lavoro” dei medici dell’epoca, che sembrano fotografati da un libro universitario. Il tutto, rispettando la canonica gabbia bonelliana. Chi l’ha detto, quindi, che la gabbia uccide la narrazione?

In definitiva: voto 8- (perché il segno meno? Ma è ovvio: per motivare Barzi e De Stena a produrre nuove storie con Lombroso e i reduci – perché a sto punto bisogna chiamarli così – di Cuore! Così come fu per Mercurio Loi. Noi non ci accontentiamo, eh!

(Roberto Orzetti)