A pensarci adesso, sembra incredibile che per molti decenni il Fumetto italiano sia stato capace di crescere e prosperare anche prima dell’avvento di Roberto Recchioni. Incredibile alla luce del fatto che, oggi come oggi, nel campo della Nona Arte tricolore è davvero raro trovare una nuova iniziativa che non veda in qualche modo coinvolto il multiforme e tentacolare Rrobe, di volta in volta in veste di autore, curatore, ideatore o semplice “nume tutelare”.

E così, proprio mentre apprendiamo che il Nostro è parte in causa anche nel progetto Feltrinelli Comics, con il quale il quarto gruppo editoriale italiano si appresta a entrare nel mercato della Letteratura Disegnata con una collana ad hoc, ecco che ci arriva tra le mani il primo numero di Caput Mundi – I mostri di Roma (Città di lupi, 14 pp. in b/n, Editoriale Cosmo, € 5,00), l’annunciatissima miniserie che segna il debutto dell’Universo Cosmo, un ambito narrativo coerente, plasmato sul modello dei grandi “universi” fumettistici americani, in cui i diversi personaggi dell’editore bolognese potranno da oggi in poi incontrarsi e interagire. Una svolta a suo modo epocale, scaturita, manco a dirlo, «da un’idea di Roberto Recchioni», come da strillo riportato in copertina.

E, in effetti, a tenere a battesimo il nuovo universo è proprio una creatura recchioniana come Pietro Battaglia, il vampiro nato dalla penna dello sceneggiatore romano e dalla matita di Leomacs, che in questi anni abbiamo seguito mentre attraversava (e condizionava) i momenti più oscuri della storia d’Italia.

Prima di vederlo entrare in scena, abbiamo qui però modo di fare la conoscenza con i Lupi di Roma, nome altisonante per una sgangherata batteria di balordi di borgata, ladri e spacciatori che raccontano di essere stati maledetti da una zingara e, da allora, di aver acquisito poteri licantropici che si manifesterebbero al sorgere della luna piena. Dopo che una figura misteriosa li ha lautamente pagati per appiccare un incendio, decidono che è giunto il momento per il salto di qualità: con quei soldi, possono finanziare il grande colpo, allearsi con un’altra banda e rapinare il furgone che trasporta gli incassi del sadico boss noto come lo Sceriffo. In fondo, basta agire in una notte di luna per essere invincibili… Ma, per quanto tu sia feroce, nella Città Eterna c’è sempre un mostro più grosso e famelico di te, che non vede l’ora di uscire dall’ombra per divorare i pesci piccoli. Un mostro come Battaglia, che il vero proprietario del denaro rubato, che non è lo Sceriffo ma un demoniaco prelato del Vaticano, spedisce sulle tracce dei malcapitati Lupi…

Un po’ Romanzo criminale e un po’ Dal tramonto all’alba, con un pizzico di Suburra e qualche stilla di Lo chiamavano Jeeg Robot, questo primo numero di Caput Mundi si fa apprezzare prima di tutto per le atmosfere livide e limacciose di un’Urbe avvolta in una perenne oscurità, che si estende da Ostia al Pigneto passando per cupole millenarie del Vaticano. Una città percorsa da lupi (non solo metaforici), disposti a tutto pur di mettere le zanne su nuove prede.

In questo scenario plumbeo e soffocante, la storia scritta da Michele Monteleone e Dario Sicchio (mentre al soggetto ha partecipato anche l’immancabile Recchioni, che è pure revisore dei testi) si sviluppa in modo fluido e avvincente, mantenendo sempre alta la tensione e incuriosendoci con una rete di sottotrame (chi è la misteriosa ragazza sopravvissuta al rogo appiccato dai Lupi? Perché Battaglia accetta di collaborare con il porporato, e addirittura di seguirne le disposizioni?) destinate ad arrivare a compimento nei prossimi albi.

Forse – ma qui entriamo nel campo del gusto personale – a risultare maggiormente godibile è la prima parte, che gli autori utilizzano per introdurre e caratterizzare i diversi protagonisti, rispetto a una seconda più orientata all’horror e allo splatter, ma comunque nobilitata da un Battaglia all’apice della forma, sarcastico e sanguinario come nei giorni migliori.

Giudizio in chiaroscuro, invece, per i disegni di Pietrantonio Bruno, autore di una prova ondivaga che alterna tavole e vignette clamorosamente efficaci e di grande atmosfera – grazie anche a giochi di ombre non banali e a un sapiente uso delle inquadrature – ad altre che, soprattutto in sequenze d’azione che vedono coinvolti diversi personaggi, appaiono fin troppo acerbe.

Un difetto che, in sede di giudizio finale, vale mezzo punto in meno per un albo capace, comunque, di meritarsi un bel “7”. E che, una volta chiuso e riposto sullo scaffale, ci lascia con una gran voglia di mettere quanto prima le mani sul prossimo numero.

(Marco De Rosa)