Al vostro affezionato Sbam-recensore, la prima serie di Orfani non era affatto dispiaciuta. Orgogliosamente derivativa, qua e là smaccatamente ruffiana nell’ammiccare ad alcuni luoghi comuni della narrativa di genere, la space opera di Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari riusciva comunque a spiccare nel mazzo delle proposte di Sergio Bonelli Editore come una lettura assolutamente gradevole, tra l’altro supportata da alcune caratterizzazioni per nulla banali.

Anche la seconda stagione, Orfani: Ringo, poteva vantare diverse “frecce” (ovvio…) al proprio arco, dall’ottimo lavoro di approfondimento psicologico condotto sul protagonista a uno stile grafico più “espressionista” rispetto alla precedente run. Peccato solo per una durata che finiva per stiracchiare fin troppo la storia, trasformando alcuni numeri in riempitivi il cui principale motivo di interesse consisteva nel riconoscere paesaggi e monumenti dell’Italia post-apocalittica.

Un difetto, quello dell’eccessiva dilatazione narrativa, esploso fragorosamente con la successiva Orfani: Nuovo Mondo, serie che chi scrive ha davvero faticato a seguire fino in fondo, complice anche il pesante sottotesto ideologico (ma verrebbe quasi da dire propagandistico) appiccicato alle vicissitudini della “clandestina” Rosa.

sbam_orfani_juric_1Questa (lunghissima) premessa, per dire che mi sono avvicinato con qualche titubanza al primo numero di Orfani: Juric (Il fiore del male, 94 pp a colori, Sergio Bonelli Editore, ottobre 2016, € 4,50), nuovo capitolo della saga. A persuadermi a prendere comunque la via dell’edicola sono state, soprattutto, due considerazioni: la brevità della stagione, articolata in soli tre albi, che riduce drasticamente il rischio di “stiracchiamenti”; e la presenza in veste di sceneggiatrice di Paola Barbato, senza dubbio una delle penne più interessanti di via Buonarroti.
La quale, tradizionalmente a suo agio con le personalità disturbate e disturbanti, si dimostra subito in gran forma nel raccontarci la corrusca vicenda di Jsana Juric, la villain che nelle precedenti tre stagioni aveva messo in ogni modo i bastoni tra le ruote agli Orfani, salvo poi lasciarci le penne nell’ultimo albo di Nuovo Mondo. Jsana, va da sé, è a sua volta un’orfana (mamme e papà hanno sempre vita breve, nel futuro immaginato dal Rrobe…), una piccola profuga fortunosamente scampata al triste destino dei genitori, morti nel tentativo di varcare un confine. Una salvezza tanto miracolosa, la sua, da attirare l’attenzione della EMR, una megacorporation dell’accoglienza, un’associazione umanitaria in realtà più attenta al business e alle sovvenzioni governative che alla sorte dei poveri disperati. Jsana viene così adottata da Sàndor Kozma, presidente della EMR, convinto che i capelli fulvi e il bel visino ne facciano il simbolo e il testimonial perfetto per la sua organizzazione. Tipo strano, questo Kozma: cinico e senza scrupoli quando si tratta di perseguire i propri fini, eppure tormentato da sensi di colpa che lo portano a vivere secondo un rigido codice penitenziale. Lo stesso codice semimonastico che viene imposto a Jsana, che tra un atto di contrizione e una comparsata in favore di telecamere, impara ben presto a scrutare in profondità nell’animo non solo dei suoi coetanei, ma anche degli adulti. E che, una volta raggiunta la pubertà, capisce di avere un’arma in più per manipolare il prossimo e piegarlo ai propri voleri: un’arma cui tutti gli uomini che la circondano si dimostrano particolarmente sensibili, a cominciare dal potente e laidissimo prelato Jozef Mazur

Si dice spesso che i “cattivi soggetti” siano i personaggi più interessanti. E che, quindi, le loro storie siano in qualche misura più facili da raccontare. Vero, ma fino a un certo punto: perché poi, a conti fatti, per raccontare una bella storia occorre comunque essere bravi e padroneggiare al meglio il mestiere del narratore. E Paola Barbato brava lo è davvero, e lo dimostra una volta di più accompagnandoci per mano fino alla genesi di una personalità deviata, alla scoperta di quei semi che, una volta germogliati, produrranno Il fiore del male cui fa riferimento il titolo dell’albo.

È una narrazione ora lenta ora serrata, quella che caratterizza il primo numero di Orfani: Juric, ma tutta pervasa dall’angoscia di fondo che attanaglia il lettore mentre assiste a una progressiva, ineluttabile perdita dell’innocenza (ma si trattava poi davvero di innocenza?) e che tocca l’apice nella sconvolgente (anche se a quel punto non proprio imprevedibile…) sequenza finale.

Un’atmosfera simile, viene da dire, avrebbe forse trovato piena esaltazione in un bianco e nero sporco e un po’ “sofferto”, invece che nei colori fin troppo accesi con cui Andres Mossa gratifica le sempre ottime matite del veterano Roberto De Angelis. È altrettanto vero, però, che proprio lo stridente contrasto tra l’aspetto luminoso della protagonista, il rosso vivo dei capelli, e la tenebra che inesorabilmente si impadronisce della sua anima, contribuisce a esasperare l’effetto straniante (e disturbante) della storia.

E siccome Orfani, come da compiaciuta ammissione dello stesso Recchioni, è un’opera fantastica nella quale però non sono mai mancati i riferimenti alla realtà politica e sociale del nostro tempo, fa piacere anche rilevare come Il fiore del male solleciti più di una riflessione sul cosiddetto “business dell’accoglienza”: un aspetto dell’emergenza immigrazione più volte balzato agli onori delle cronache che però stenta a trovare posto nel dibattito pubblico, forse perché non sintonico con i dettami politically correct cari al pensiero dominante.

Detto che l’albo è aperto e chiuso da un prologo e un epilogo in bianco e nero firmati da Recchioni e Andrea Accardi, che prendono le mosse direttamente dal finale di Nuovo Mondo e servono a inquadrare la storia di Jsana nell’ambito delle ricerche condotte dal suo biografo Émile Bogdan, non resta che attendere i fatidici trenta giorni per mettere le mani sul secondo numero.

Perché una cosa è certa: se i prossimi albi non vedranno tracolli qualitativi al momento non ipotizzabili, Orfani: Juric si candida per figurare tra le migliori proposte Bonelli del 2016.

(Marco De Rosa)