È già al giro di boa del terzo numero UT, la miniserie-evento di Sergio Bonelli Editore firmata da due pezzi da novanta del fumetto tricolore come Paola Barbato e Corrado Roi. Per conoscere tutti i retroscena di questo nuovo personaggio, che cosa c’è di meglio di una bella intervista doppia con i due disponibilissimi autori? Detto fatto, il vostro valente Sbam-redattore si è prontamente lanciato sulle loro tracce. Il risultato dei suoi sforzi è sul numero 27 di Sbam! Comics, la nostra rivista digitale scaricabile liberamente da QUI. Ve ne anticipiamo un estratto qui di seguito.

Ut-2Si dice che la storia di UT sia il frutto di una gestazione pluridecennale da parte di Corrado, che a un certo punto ha coinvolto Paola nel progetto. È andata davvero così?
Corrado. Mah, non è poi così vero che la gestazione sia stata tanto lunga. Il fatto è che fino a qualche anno fa Bonelli non gestiva le miniserie, e se lo faceva le impostava con un respiro più lungo, di 12, 18 o addirittura 24 numeri… Il materiale, è vero, lo avevo pronto già da tempo, quindi appena mi sono reso conto che era il momento giusto ho proposto a Paola di collaborare per vedere un po’ dove saremmo andati a finire insieme. Diciamo che la “stretta” decisiva è avvenuta solo negli ultimi anni. Vedete, io ho da sempre un sacco di storie nel cassetto: così ho selezionato quelle che mi sembravano più idonee, ho confezionato il tutto e poi mi sono interfacciato con Paola per avere il suo riscontro e anche la sua mediazione, dato che tendo a essere un po’ estremista in alcune scelte. In quanto sceneggiatrice, poi, il suo ruolo non è stato solamente quello di moderare, ma anche di cucire insieme i vari pezzi, di creare spazi narrativi con il giusto respiro, di concentrare la quantità di informazioni o piuttosto di diluirla nell’ambito dei sei numeri… Perché una cosa è certa: di materiale gliene ho fornito davvero tantissimo…

Paola. Non è stato semplice entrare su questo progetto, ma non è che lo abbia fatto da sola: in ogni momento, infatti, abbiamo sempre lavorato insieme. Io, certo, ho dovuto cercare di dare un ordine alle oltre 200 pagine dell’elaborato originario, di strutturarlo, di dividerlo in capitoli con un respiro editoriale gestibile. Corrado, in realtà, ha iniziato a parlarmi di UT dieci anni fa, a spizzichi e bocconi durante le nostre lunghissime telefonate notturne: un rito che condividiamo, dato che entrambi siamo soliti lavorare mentre gli altri dormono. Quindi ne sapevo già qualcosa, ma poi mi sono ritrovata tra le mani una quantità enorme di materiale: così, un po’ parlandone con Corrado per approfondire la sua idea di partenza, un po’ cercando di dare ordine ai tanti pezzi che leggevo, a un certo punto ho iniziato a trovare il bandolo della matassa, a mettere i tasselli uno dopo l’altro… Pian piano la massa iniziale si è ridotta, le 200 pagine sono diventate 100 e poi 80… e allora abbiamo cominciato a ragionare insieme su come impostare la narrazione nel dettaglio. Negli ultimi due anni abbiamo fatto praticamente solo quello, lavorando sui soggetti e sulla struttura. Qualcosa è stato anche sacrificato, ma non molto, siamo riusciti a tenere dentro quasi tutto: non a caso ne è venuta fuori un’opera molto densa, con tantissimi livelli di lettura. Chi riesce a coglierli tutti è bravo e fortunato, ma anche chi si ferma al primo può godersi appieno la storia. A questo concetto tengo particolarmente: UT non vuole essere un fumetto elitario, è un prodotto che offre molti spunti a chi li coglie, ma che regala comunque qualcosa a chiunque.

ut-3UT parla della Terra dopo l’uomo, un tema che ha ispirato molti narratori in epoche e su media diversi. Se volessimo trovare qualche similitudine, a che cosa può essere accostata la vostra miniserie?
Corrado. Non saprei, anche perché bisogna distinguere tra che cosa è il personaggio e quali sono i percorsi che intraprende nel corso della storia. Quando fai narrativa non c’è mai un iter assolutamente regolare; magari usi un tema che a prima vista può richiamarne altri già trattati in precedenza, e poi ne escono risultati paradossali o metaforici. Insomma, si gioca… io, almeno, l’ho inteso come un gioco: se poi sono riuscito a far divertire anche gli altri, tanto meglio.

Paola. In realtà, UT non assomiglia a nulla che sia stato fatto prima. Questo perché tutte le storie che si sviluppano nel post-umano mostrano comunque tracce dell’umano: vestigia architettoniche, abitudini sociali o strutture riconducibili a vario titolo al mondo che fu. Qui, invece, no: tolto il fatto che gli individui sono antropomorfi, di ciò che è stata l’umanità non rimane niente. La cosa più evidente è che vengono a mancare completamente i sentimenti, non ci sono pulsioni emotive. I nostri sono personaggi che non provano nulla, tranne in alcuni casi la rabbia, la furia. Non esistono i legami, l’affetto, la cura, la gentilezza… è come se fosse un mondo di robot.

E a proposito di genere letterario, dove si colloca UT?
Paola. L’unica definizione che si può utilizzare, anche se non del tutto corretta, è “fantastico”. Nel senso che parliamo di cose che non esistono, non riconducibili alla nostra realtà. Per il resto non è post-apocalittico, non è steampunk, non è fantascienza perché non c’è la scienza, non è fantasy perché mancano creature che fanno cose straordinarie… qui anzi ci sono esseri fin troppo ordinari, c’è stato un abbassamento generale del livello evolutivo, una vera e propria disevoluzione. Insomma, questa è una storia che fa genere a sé: il genere-UT.

(Marco De Rosa)

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