L’attesa era tanta, così come i dubbi sulla reale riuscita dell’esperimento: oggi, il lavoro iniziato nel 2012 con il volumone DK Work in Progress e proseguito la primavera successiva con lo speciale Io so chi non sono, arriva a completamento con l’uscita di DK n. 1 (novembre 2015, spillato, 72 pp a colori, Astorina, € 3,50), con cui si ripropone, in una mini di 4 numeri, la versione restylizzata di Diabolik. Che, giusto per chiarire, NON è Diabolik.

diabolik_DK-nov_2015L’idea di base è semplice: se invece di concepire l’eroe nero più famoso e longevo d’Italia come diretta derivazione del feuilleton francese (con tutti i pregi e i limiti del caso) le sorelle Giussani si fossero ispirate ai comics USA, che personaggio ne sarebbe venuto fuori? Ecco la risposta, in questo albo d’esordio (venduto anche in abbinamento con l’inedito di novembre) che ripropone in versione riveduta e corretta i primi due episodi originariamente pubblicati nel 2013 (Il Massacro e La trappola), con aggiunta di un prologo inedito.

Siamo in una città come tante (di cui non ci viene rivelato il nome). All’interno di un parcheggio, un uomo viene salvato da una rapina, per poi finire a sua volta con il collo spezzato: conosciamo bene quel pugnale che fende l’aria con il caratteristico swiiishh (anche se “l’altro” pugnale ha un suono diverso, swiisss…), ed anche il suo lanciatore; ma c’è qualcosa di nuovo in lui, ad esempio nello sguardo (a causa di una vistosa cicatrice sul sopracciglio sinistro) o nel fatto che non abbia un nome, al contrario del Diabolik “originale” (che invece era noto fin dalla prima pagina del primo numero – ricordate la celebre frase pronunciata da Gustavo Garian?). Non cambia però il suo scopo: rubare. E gli riesce decisamente bene, con quelle maschere che lo rendono uguale alla persona da sostituire e totalmente irriconoscibile, tanto da far dubitare perfino della sua esistenza. Questo ladro è infatti un personaggio leggendario, che in realtà nessuno ha mai visto all’opera (o meglio, nessuno che sia rimasto vivo per raccontarlo); un po’ come il Diabolik degli esordi. Solo una persona è sicura dell’esistenza di quell’uomo: un ispettore, ovviamente (manco a dirlo) senza nome, testardo e molto perspicace. Come Ginko. Ma che non è Ginko.

Manca un tassello al mosaico: Eva. Sappiamo che prima o poi la bionda fanciulla salterà fuori (anche se ovviamente… non sarà Eva), ma non sappiamo ancora dove e come. Quel che è certo è che il suo ingresso in campo, così come fu nel 1963, farà parecchio rumore.

L’albo è firmato dal duo Mario Gomboli – Tito Faraci (rispettivamente soggetto e sceneggiatura), con i disegni di Giuseppe Palumbo. Nota di merito per la cover pittorica di Matteo Buffagni, che magari avrebbe meritato una grafica un po’ più elaborata.

Valutare in qualsiasi modo un albo del genere è cosa complessa. Innanzitutto bisogna spogliarsi dello status di lettore storico di Diabolik, in modo da poter giudicare freddamente un lavoro che, per ovvi motivi, può sentirsi addosso il peso dell’ingombrante “fratello” e di un pubblico fortemente tradizionalista (già in questi giorni, sulla pagina Facebook ufficiale di Diabolik, se ne leggono di ogni contro il “povero” DK!).

Se invece prendiamo DK per quel che è – cioè un tentativo di creare un personaggio non nuovo, ma diverso – allora possiamo valutare l’esperimento in maniera più distaccata, e vedere quelle che potrebbero essere le ulteriori potenzialità del Diabolik originale, chiuse da una gabbia grafica e concettuale rigidissima.
Tutto è diverso rispetto al classico Re del Terrore: formato, colore, costruzione delle vignette, inquadrature, caratterizzazione dei protagonisti e persino testi, decisamente più realistici e moderni rispetto allo stile “vintage” (chiamiamolo così) del Diabolik che tutti conosciamo. A Palumbo e Faraci è stata data carta bianca, e, anche grazie al formato comic book (millemila volte migliore, come resa, rispetto al bonellide 2013), il risultato a noi pare molto buono.

Resta da vedere se questa (insospettata) capacità di osare premierà l’Astorina (vuoi vedere che… è un’altra Astorina!?) in termini di vendite.

(Roberto Orzetti)

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