Andrea Voglino (http://avsl.blogspot.it/) ha letto in anteprima l’attesissimo episodio inedito e conclusivo della saga di Ken Parker, in uscita il 10 aprile 2015 (Ken Parker nr. 50, Fin dove arriva il mattino, Mondadori Comics, € 7,99). Ecco la sua recensione, che riprendiamo a beneficio degli Sbam-lettori, ringraziando ovviamente Andrea per la disponibilità.

 

kenparker_50Vent’anni passati ad aspettare la fine di una leggenda in un mondo che nel frattempo ha cominciato a danzare su ritmi diversi, più prevedibili, più avari di grazia e autentica leggerezza. Non è più tempo di farfalle nello stomaco. E infatti, i sogni hanno ceduto il passo al pragmatismo primordiale dei liberisti puri. Non è nemmeno più tempo per gli eroi problematici. Quelli dei decenni passati, come Corto Maltese, Lo Sconosciuto o Mister No, sono usciti di scena da un pezzo e le loro avventure meravigliose e potenti oggi incombono sulla scena come eredità scomode, manieri preziosissimi e sconfinati difficili da aprire a un pubblico barbarico, impossibili da adattare a contesti più micragnosi e onerosissimi da gestire. In un altro tempo, in un’altra realtà, tutti potevamo permetterceli. Ma oggi, sono diventati un lusso. Un elefante nel tinello. Un ideale adolescenziale da superare. Per arrivare con Emily Dickinson fin dove arriva il mattino.

Berardi e Milazzo hanno rimandato il viaggio finché hanno potuto, forse consapevoli della difficoltà improba di regalare a questo eroe così normale e così straordinario un’uscita di scena degna della sua storia editoriale. Serviva un coup de theatre capace di risarcire i tanti orfani di Ken degli anni passati rimpiangendo gioielli come La Ballata di Pat O’ Shane, Lily e il cacciatore o Sciopero. Serviva un ritorno all’essenziale della serie, quel misto di ineluttabilità, antispettacolarità e furore elegiaco cui gli autori genovesi ci avevano abituato. E infatti, andiamo a parare proprio lì.

Chi ha orecchie per intendere, l’avrà già capito: alla fine di questa cavalcata non ci sarà nessuna ricompensa, nessuno scioglimento dell’intreccio, nessun finale compiuto. Solo l’unico intrinsecamente sensato rispetto all’irripetibile parabola narrativa di Lungo Fucile. La strada verso il sole che sorge è stretta, ripida e aspra, senza ombre di cameratismo o comic relief. Ogni pagina di questo capitolo finale anticipa una catarsi perfettamente imperfetta e totalmente rispettosa dello spirito della serie, un finale non finito che nel suo rigore risulta quasi insopportabile. Non c’è mai stato spazio per le anime belle, nel West dei vecchi dagherrotipi e delle storie di frontiera che Ken replicava con trasporto sulla carta. E a maggior ragione, non può esserci nemmeno in questa cinquantesima uscita.

Come accennato più su, non è più tempo di eroi problematici. Con o senza un certo scout, sembrano dirci quei meravigliosi figli di buona donna di Berardi e Milazzo, i fumetti continueranno a uscire, il mondo continuerà a girare, il sole continuerà ad alternarsi con la luna, le persone continueranno a vivere e morire. La Storia, insomma, continuerà a fare il proprio corso, con la sua logica mastica e sputa. Ecco, più che alla Dickinson, arrivati all’ultima pagina dell’avventura il pensiero corre al finale tremendamente umano buio e vertiginoso del bellissimo romanzo omonimo di Elsa Morante: «Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita. Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (La Storia) che essa percepì come le spire di un assassinio interminabile. (…) Tutta la Storia e le nazioni della Terra s’erano concordate a questo fine». So long, Ken. Ci mancherai un sacco.

Andrea Voglino