Se è andata bene con George Romero, perché non riprovarci con William Friedkin? Questo, più o meno, deve aver pensato Robert Kirkman al momento di mettere mano al progetto Outcast, la più recente serie Skybound approdata in Italia per dare ulteriore lustro al catalogo saldaPress e presentata all’ultimo Cartoomics.

Outcast-1Dopo aver creato il fenomeno crossmediale The Walking Dead partendo dalla traduzione fumettosa dei canoni codificati sullo schermo dal padre della zombie culture sessantottina, l’effervescente sceneggiatore del Ken­tucky strizza infatti ora l’occhio a un altro nume tutelare dell’immaginario orrorifico contemporaneo qual è il regista de L’Esorcista.

Già, perché qui si parla di possessione demoniaca. O, meglio, di una serie di possessioni demoniache che vedono a vario titolo coinvolto Kyle Barnes, giovanotto della più profonda e alienante provincia a stelle e strisce che, un po’ per scelta un po’ per costrizione, vive isolato ai margini della comunità. È un reietto (da cui l’Outcast del titolo), porta sulla propria pelle i segni di un passato tormentato ma sembra possedere il dono (o si tratta di una maledizione?) di saper scacciare le entità maligne dal corpo degli esseri umani. Un esorcista riluttante, e neppure troppo convinto di esserlo davvero. Ne è convinto, invece, il reverendo Anderson, bella figura di sacerdote fin troppo umano, dedito al poker e al fumo tanto quanto alla salvezza del suo gregge, che infatti chiede aiuto a Kyle per risolvere il caso di un ragazzino indemoniato. Ma perché i satanassi mostrano interesse proprio per il nostro “reietto”? E perché gli ronzano intorno da tutta la vita, tanto da aver posseduto prima sua madre e poi sua moglie?

Il numero d’esordio (Outcast nr. 1, Un’oscurità lo circonda, 72 pp, b/n, saldaPress, marzo 2015), proposto allo specialissimo prezzo di lancio di 1 euro, non ci dice molto di più. Ma ci fornisce comunque qualche indizio sulla direzione che Kirkman intende imprimere a questa sua nuova scommessa editoriale che, sia detto per inciso, sta già per diventare un serial tv prodotto da Fox e Cinemax. Tanto per cominciare, l’autore si iscrive di buon grado al filone di pellicole come Non aprite quella porta (oltre al già citato L’Esorcista) preferendo un approccio “realistico” alle tematiche horror, alla ricerca dei risvolti angoscianti e spaventosi che possono annidarsi nel quotidiano di ciascuno di noi. Se infatti gli zombie di TWD sono con tutta evidenza ascrivibili al puro regno della fantasia, la possessione (che si creda o meno alle sue origini demoniache) è invece un fenomeno di cui esistono casi documentati, e di cui comunque si dibatte anche in ambiti ben lontani da quello della narrativa di genere.

Anche qui, come già nell’epopea post-apocalittica di Rick Grimes & C, ci si rende poi ben presto conto che in fondo l’orrore non è che un pretesto, una leva narrativa che consente a Kirkman di raccontare ciò che gli sta più a cuore: gli aspetti umani e relazionali della vicenda, le motivazioni che stanno alla base delle azioni dei protagonisti, gli eventi passati che li hanno resi ciò che sono. E siccome è uno che conosce benissimo il suo mestiere, lo fa costruendo una trama solida ma mai banale, dove i dialoghi lunghi e spesso profondi (altro tratto distintivo delle sue sceneggiature) si alternano a momenti di silenzio carichi di tensione, che poi culminano in esplosioni di violenza che sanno colpire duro senza cercare la facile scorciatoia dello splatter.

Certo, qualche pignolo potrà rilevare che le storia, almeno finora, non è il massimo dell’originalità. Però riesce comunque a tenersi alla larga dai cliché più abusati del genere, è scritta benissimo e, soprattutto, sa stuzzicare la curiosità del lettore sui prossimi sviluppi della vicenda. Che cosa chiedere di più al primo numero di una serie che, scommettiamo, è destinata a durare molto a lungo?

Venendo allo specifico dell’edizione italiana, il bianco e nero non penalizza più di tanto il tratto cupo del bravo Paul Azaceta, che qualcuno ha accostato a quello del primo Maz­zuc­chelli. Anche perché, come ampiamente spiegato da saldaPress, non si tratta di un bianco e nero qualunque, bensì di una lavorazione speciale concepita dallo stesso artista e basata su scale di grigio che rendono la tavola molto più pulita e leggibile di quanto avviene con la semplice decolorazione. Una pulizia che consente di assorbire senza eccessivi traumi pure il salto dal formato comic book al bonellide, anche se va detto che alcune sequenze meriterebbero senz’altro più “aria”, non fosse altro che per godere appieno dei tanti insert panel, vale a dire quelle minuscole vignette che costellano le pagine e che arricchiscono la narrazione di dettagli, sfumature e punti di vista. In questo caso, però, si tratta solo di avere un po’ di pazienza: l’editore ha infatti già annunciato per il prossimo futuro anche l’edizione in volume che, oltre a riproporre Outcast nel suo formato originale, ci permetterà di apprezzare la sapiente tavolozza di Elizabeth Breitweiser, colorista tra i più apprezzati dell’attuale comicdom americano.

(Marco De Rosa)