All’alba degli anni ’60, una ventata di rinnovamento scuote l’allora sonnacchioso mondo dei fumetti seriali americani. La censura moralizzatrice imposta dal Comics Code, certo, continua a pesare sulla creatività di editori e autori, eppure è netta la sensazione che qualcosa di importante stia per accadere. Già qualche anno prima, in verità, l’apparizione del nuovo Flash di Gardner Fox e Carmine Infantino su Showcase n. 4 della DC Comics (ottobre 1956) aveva dato il via a quella che sarebbe stata conosciuta come la Silver Age, l’età d’argento dei comics Usa. Al di fuori dell’ambito fumettistico, poi, il programma della “Nuova Frontiera”, enunciato dal presidente J.F. Kennedy nel suo discorso di insediamento (20 gennaio 1961), trasmetteva chiaro il senso di una nazione che intendeva rimettersi in marcia, scuotendosi da un decennio di autocompiaciuto immobilismo.
Ed è a tutti gli effetti una “Nuova Frontiera”, quella che si spalanca di fronte agli appassionati delle strisce disegnate pochi mesi più tardi, l’8 agosto 1961, allorché fa la sua apparizione sugli scaffali il primo numero di The Fantastic Four (la data di copertina, novembre 1961, è sposata in avanti di tre mesi, come si usava allora), l’albo che inaugura il moderno Marvel Universe e, più in generale, segna la nascita del fumetto americano per come lo conosciamo oggi, fissando canoni che nessun autore da quel momento in poi avrebbe potuto ignorare.

La storia, firmata da Stan Lee e Jack Kirby – appena rientrato in una Marvel in gravi difficoltà, con la sede della casa editrice addirittura sotto sfratto – è talmente nota che appare superfluo riassumerla in questa sede. Basti dire che i Fantastici Quattro devono i loro poteri all’accidentale esposizione a non meglio definiti raggi cosmici durante un viaggio sperimentale verso la Luna (o verso Marte, come da successivo aggiornamento).

A prima vista, nulla di eccessivamente originale, se non che in questo caso le abilità sovrumane non dipendono da origini aliene (come per Superman) o da un duro addestramento e illimitate risorse economiche (come per Batman), bensì da un bizzarro scherzo del destino. Quello che segna una radicale cesura generazionale e culturale rispetto agli altri comic books dello stesso periodo è però il fatto che, per la prima volta, “i protagonisti di carta  soffrivano, amavano, odiavano e gioivano come esseri umani, pur possedendo poteri soprannaturali. Erano anzi proprio questi poteri, amati e odiati, la fonte maggiore del pathos che circondava le quattro star dell’albo. I personaggi vivevano come gruppo e come individualità mentre la loro psicologia veniva fortemente caratterizzata, episodio dopo episodio, come mai era stato fatto prima” (Giuseppe Guidi e Riccardo Vinci, 30 anni di Marvel, Alessandro Distribuzioni, 1991).

In quel fatidico agosto 1961, quindi, nascono ufficialmente i “supereroi con superproblemi”, formula con cui Stan Lee avrebbe più tardi sintetizzato il senso di una svolta che però, almeno per quanto riguarda quei primi numeri di The Fantastic Four, si scoprirà essere frutto quasi esclusivo della creatività di Jack Kirby. “Realismo!” scrive in proposito lo stesso Lee. “Ehi, so che realismo suona stupido parlando di personaggi in costume che possono allungarsi come elastici, andare in fiamme, diventare invisibili o fare a pezzi una Toyota con una mano sola. Ma io sto restando nel mio campo! Bisogna vederla in questo modo: c’erano molti, molti supereroi che saltellavano giocondi nei loro mutandoni colorati prima che i Fantastici Quattro entrassero in scena. Ma di fatto nessuno di loro aveva problemi personali, nessuno doveva preoccuparsi di guadagnarsi da vivere, nessuno discuteva mai o perdeva la calma con altri supereroi. Questo prima dell’arrivo del nostro affascinante quartetto. Certo, i nostri eroi avevano dei fantastici poteri e combattevano i tipi più strani e stravaganti, ma noi provavamo a farglielo fare realisticamente!”. Tutte cose che oggi un lettore di supereroi dà abbondantemente per scontate, ma che colpiscono con la forza di un uragano il pubblico dei primi anni ’60.

Dei quattro eroi che in quei mesi gloriosi scuotono dalle fondamenta i comics americani, il più innovativo, drammatico e profondamente umano è senza dubbio Ben Grimm, alias la Cosa. Contrariamente ai compagni, infatti, il suo corpo è stato irrimediabilmente deformato dai raggi cosmici, che l’hanno tramutato in un grottesco golem roccioso. Un “mostro” consapevole di esserlo, perennemente combattuto tra l’affetto per i suoi compagni, l’unica famiglia che gli rimane, e il rancore irrazionale che a volte prova verso di loro, l’invidia per una “normalità” che a lui è ormai negata per sempre. Animato da uno spirito sarcastico e amaro che non lo abbandona neppure nel bel mezzo della lotta più accesa, Ben mette in mostra una serie di emozioni (la vergogna per il proprio aspetto, l’invidia per la felicità altrui, la paura di manifestare i propri sentimenti alla donna che ama, la scultrice cieca Alicia Masters…) che il pubblico dell’epoca percepisce come autentiche, vicine al suo vivere comune, e che proprio per questo permettono ai lettori di provare un’immediata empatia nei confronti del personaggio. In tal senso, non è esagerato definire la Cosa come il primo supereroe autenticamente “moderno” nella storia del Fumetto Usa.

(Federico De Rosa)

Salva

Post correlati