sbam-giuseppe-calzolariCon oltre 35 anni di attività alle spalle, la Scuola del Fumetto di Milano è la più vecchia d’Italia. Da una decina di anni, a quella milanese si è aggiunta la sede di Palermo, e in entrambe si segue la stessa filosofia: essere una scuola molto dinamica, che sappia unire alla didattica un serio discorso di progettazione. La Sbam-redazione ha incontrato Giuseppe Calzolari, fondatore e direttore della Scuola, che con orgoglio ci ha parlato del metodo lavorativo che sta alla base delle loro attività e che rende l’istituto milanese diverso dalle altre scuole del fumetto nate in Italia negli ultimi tre decenni. Di seguito un estratto della nostra intervista, che potete invece leggere integralmente (insieme ad altre informazioni sulla Scuola) sul nr. 14 di Sbam! Comics, scaricabile gratuitamente da qui.

Che cosa differenzia la Scuola del Fumetto dalle altre scuole?
Credo che la nostra sia l’unica vera scuola del fumetto in Italia. Infatti siamo gli unici con 700 ore di didattica all’anno, quando le altre fanno sei ore alla settimana.
Già i numeri, quindi, dicono qualcosa sulla serietà del nostro lavoro.

Quali caratteristiche deve avere uno studente della Scuola del Fumetto?
I nostri ragazzi devono avere grande umiltà e la pazienza di imparare. Il disegno non si impara dal mattino alla sera. La curiosità è fondamentale, oggi ci accorgiamo che nei ragazzi c’è un impianto di conoscenza molto basso, dato anche dalla scuola pubblica che non li fa evolvere. Non solo non hanno una preparazione professionalmente corretta, ma non hanno neppure idea di cosa significhi lavorare. Sono abituati a fare il compitino per l’insegnante che deve dare una valutazione. Da noi invece la valutazione non esiste, vale solo il meccanismo del saper o non saper fare. Serve una certa duttilità di testa e per averla bisogna interessarsi a più cose: il fumetto, la letteratura, il cinema, l’arte… tutto quello che riguarda la base professionale.

Quanto è importante l’aspetto professionale?
A cosa serve frequentare una scuola se non ci si prepara professionalmente in modo corretto? Il “pupazzetto” lo sanno fare tutti, ma serve una mentalità professionale, sia dal punto di vista della sceneggiatura, che da quello del disegno o della colorazione. Noi facciamo più fatica a far capire questo aspetto della professione che non a insegnare loro il disegno. Il loro punto di partenza è spesso: “A me piace così! E tu lo devi accettare!”, ma il mercato è un’altra cosa. Affronterai un cliente con le sue esigenze, a cui dovrai sottostare. A volte si parte con un progetto in un modo e poi, all’ultimo momento, ti chiedono di farlo diversamente; e, se non si accetta il cambiamento, il cliente si rivolge a qualcun altro.

sbam-Scuola-FumettoChi esce dalla Scuola del Fumetto trova presto lavoro?
Noi offriamo tre anni di studio, con 700 ore di lavoro all’anno. Significherà pure qualcosa. Per questo poi i ragazzi trovano lavoro immediatamente. L’anno scorso, per esempio, abbiamo fatto gli esami con un editore americano. I ragazzi hanno dovuto lavorare su progetti editoriali: scegliere il formato di stampa corretto, la confezione, la quantità di pagine, il tipo di carta. In questo modo si rendono conto che lavorare non significa solo disegnare. È stata data loro la possibilità di realizzare un progetto ben congegnato, con una sceneggiatura, le tavole da disegno, il colore, la copertina, la presentazione del progetto, lo studio e la scheda del personaggio… Tutti aspetti che devono essere maneggiati accuratamente. Alla fine, l’editore ha preso i contatti di cinque dei nostri ragazzi per fargli fare delle prove. Nello stesso periodo ci ha chiamati anche una società di videogiochi di Malta, che ha preso a lavorare con sei ragazzi del terzo anno per dei videogiochi online. Questa è la realtà che vogliamo portare avanti.

In media, quanti ragazzi partecipano ai vostri corsi e quanti arrivano alla fine?
Che io abbia 100 ragazzi o 20, per me non è importante. Altri puntano sulla quantità. Importante è vedere quanti allievi sono veramente pronti. Noi facciamo una selezione all’ingresso della scuola, anno per anno; gli scansafatiche vanno fuori, perché c’è una scrematura: su 22 ragazzi del primo anno, alla fine ne arrivano 10 o 12. Di questi 6 o 7 lavorano. Questa è la realtà.

(Sergio Brambilla • 11/04/2014)

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