sbam_xmen_MagnetoUn albo “diverso” per la tradizione marvelliana: a dispetto del titolo, gli X-Men non vi compaiono mai, e non vi compare mai neanche Magneto. Anzi, più in generale, è un albo che non parla di super-poteri, di super-battaglie, di super-criminali, di super-eroi. Parla semplicemente di eroi, ecco, quello sì.
Finalmente, gli editor della Marvel hanno infatti deciso di scavare nel passato del Signore del magnetismo, il mutante più anziano e più misterioso del cosmo X (fatta eccezione per Wolverine, certamente più anziano e misterioso di lui, ma quella è tutta un’altra storia). Ed è così che sono arrivati a offrirci queste 128 pagine con la storia del giovanissimo Max Eisenhardt, ebreo tedesco in fuga dal nazismo, internato ad Auschwitz dopo aver visto sterminare tutta la sua famiglia, impegnato in tutti i modi per salvare se stesso e la sua amata Magda.

Nel campo di sterminio gli viene affidato uno dei compiti più terribili: è un sonderkommando, un addetto alle camere a gas. Deve sorvegliare le file di sventurati che entrano nelle sale della morte, quindi portare fuori i loro cadaveri e controllare che non abbiano denti d’oro o qualsiasi altra cosa di valore addosso. Per sua fortuna è un uomo forte, fisicamente e psicologicamente, e trova la forza di reagire, di combattere, di vivere. Fino alla fine della guerra, all’arrivo ad Auschwitz dell’Armata Rossa. Poi Max scompare dalle pagine dell’albo che si conclude. Solo noi lettori sappiamo che conseguenze avranno quelle terribili esperienza su di lui, sulla maturazione delle sue convinzioni e quindi sulla nascita del terribile Magneto, uno dei più peggiori avversari dell’umanità intera.

Un bellissimo albo, presentato (anzi, ri-presentato, dopo l’edizione in volume del 2009) da Panini Comics col titolo Testamento nella sua collana Best Seller (bimestrale, nr. 11, dicembre 2013, € 5,50). Si legge d’un fiato, ottimamente scritto da Greg Pack e disegnato dal “nostro” Carmine Di Giandomenico, che usa – con rare eccezioni – una gabbia molto rigida, una scansione della tavola molto regolare con vignette spesso quadrate (e anche questo è davvero poco marvelliano). I colori non sono da meno: Matt Hollingsworth comincia “colorando” le prime pagine – quelle di Max ragazzino nella sua famiglia – e prosegue incupendo i grigi e i toni di viola man mano che la situazione dei personaggi peggiora. Fino alla spettacolarissima tavola – completamente grigia – che occupa due intere pagine per mostrarci Max osservare stupefatto la catasta di occhiali sottratti ai prigionieri. I colori tornano, ma timidamente, solo nelle ultime pagine, quando i prigionieri vedono riaccendersi la speranza. Un espediente simile – seppur meno marcato – a quello usato da Steven Spielberg nel suo spettacolare film del 1993 Schindler’s List. Così come la situazione generale di Max/Magneto ricorda a tratti abbastanza chiaramente quella di Vladek, il protagonista di Maus. Ecco, forse l’unico limite di questo volume è la sensazione di “già visto” che ogni tanto coglie il lettore, di espedienti narrativi già sfruttati per narrare le mille sfaccettature della tragedia dell’Olocausto. Ma questo nulla toglie al valore dell’opera, arricchita anche dalle copertine dipinte digitalmente da Marko Djurdjevic.

Ed ora spazio al dibattito: perché un uomo che ha dovuto soffrire tutto questo, una volta scoperta la sua natura di homo superior, pretende di infliggere ai “normali” sapiens un trattamento simile a quello riservato agli ebrei dai nazisti? Proprio lui che scrive – nel corso di quest’opera – “Vi prego, fate che non succeda mai più“? Chissà non sia proprio questo il tema di una prossima graphic novel sul passato di Magneto (e sul suo vero nome: Erik, Magnus, Max…).

(Antonio Marangi)