Alfredo Castelli – Giuseppe Palumbo (dal soggetto di Angela Giussani), Il Re del Terrore – Il Remake, Edizioni Astorina 2002, € 30,00 (ancora ordinabile sul sito Astorina)

Io non credo che un uomo possa arrivare a tanto… sarebbe l’incarnazione del demonio!” “Infatti lo chiamano Diabolik!”. Con questo dialogo iniziava la storia di uno dei personaggi leggendari del fumetto italiano, il primo, unico ed inconfondibile eroe “nero”: dalla penna delle sorelle Giussani, compare in edicola nel novembre 1962 Diabolik, il Re del Terrore.
La sua presenza costante nel panorama fumettistico italiano per oltre 50 anni (festeggiati, tra l’altro con uno specialissimo albo lo scorso novembre) ha trasformato un personaggio nato semplicemente per “lenire le pene” dei pendolari milanesi durante i loro spostamenti in uno dei capisaldi del fumetto nostrano, grazie ad un incredibile spirito di adattamento ai tempi ed a un altrettanto incredibile costanza qualitativa, che ha permesso al criminale di superare indenne la crisi dei neri degli anni Settanta (il filone d’oro scoperto e inaugurato dalle Giussani si esaurì infatti con l’inizio degli Ottanta) e di arrivare, sempre fedele a se stesso, ai giorni nostri.
Ma qualcosa che ha sempre stonato c’era. Ed era proprio il mitico primo numero, forse l’unico della serie realmente imperfetto, in cui la storia, oggettivamente, “non quadrava” fino in fondo. I veri appassionati si erano forse accorti di qualche falla nella trama, ma come si poteva anche solo pensare di sottoporre al vaglio della critica un albo così sacro? E così per 50 anni quella storia rimase un dogma assoluto, circondata da un’aura di misticismo che la poneva al riparo di interventi profani.

Fino al 2002 però, quando Alfredo Castelli (il cui nome, in Italia, è uno dei sinonimi di “fumetto”) decise, proprio in occasione del quarantennale da quel numero 1, di dissacrare quella storia, smontandone pezzo per pezzo il soggetto e aggiungendovi quei particolari che l’avrebbero resa più “verosimile” e forse – ma è solo un mio parere – più avvincente. Nessuno stravolgimento di trama, il canovaccio restava quello: alcuni particolari venivano aggiunti, altri tolti in quanto superflui, ed altri ancora modificati quel tanto che bastava da creare – finalmente – una storia cui ancorare per la prima volta una vera e propria continuity del personaggio. La riscrittura di questa storia diede infatti vita a una serie di racconti, pubblicati su Il Grande Diabolik (speciale primaverile ed estivo della Astorina), nei quali si è narrato, nel corso degli anni, il passato del protagonista principale e dei tre comprimari (Eva, Ginko ed Altea) della serie.

Ma torniamo a noi. La trama, per chi non avesse mai letto il numero 1 originale, è in parole povere questa: Diabolik vuole impadronirsi di un’ingente somma di denaro pronta a divenire di proprietà del giovane Gustavo Garian. E per arrivare a quella somma il Re del Terrore dovrà compiere un vero capolavoro di strategia, con un susseguirsi di omicidi e colpi di scena che catapultano il lettore in un giallo avvincente in cui, fino all’ultima pagina, si è sempre incerti tra l’“ho capito tutto” e il “non ci ho capito nulla”, tipico di ogni buon giallo.
Castelli a questo punto riesce a creare un capolavoro, perché trasforma quel giallo – già avvincente – in un thriller mozzafiato, con oltre 130 tavole di intrighi e colpi di scena da cui nessun lettore può riuscire a staccarsi fino a che non ha visto la parola fine.
A questo punto, messa in campo la trama, bisognava trovare il disegnatore giusto, quello che sapesse dare quel tocco di “oscurità” e – soprattutto – di modernità che serviva alla storia, senza stravolgerne però lo spirito e la fisionomia dei personaggi principali: e così, come sostituto di Zarcone – disegnatore dell’originale che, per essere in sintonia con il personaggio, scomparve misteriosamente dopo la consegna delle tavole del n. 1 – fu scelto Giuseppe Palumbo. E mai scelta fu più azzeccata. La storia, infatti, è bellissima anche grazie alle tavole del disegnatore di Matera, che conferiscono al racconto quell’aura di “noir” e di tensione che, a mio, parere, nessuno in Italia riesce a creare meglio, e che si adatta alla perfezione ad un personaggio che ha la notte come migliore amica (le tavole di pagina 23 e delle pagine 80 ed 81 ne sono un esempio).
Ma non solo: Palumbo riesce, con un perfetto stile “retrò” (che ritroveremo sempre all’interno della storie del passato pubblicate su Il Grande Diabolik, quasi a sottolineare, con il netto stacco di stile rispetto alle vignette del mensile, che il personaggio è invecchiato e si è evoluto nel mondo reale), a collocare il personaggio di nuovo negli anni ’60, in una cittadina europea (come in origine), in cui le costruzioni o gli abiti sono veramente figlie di quell’epoca, senza contaminazioni contemporanee.
Non pensate quindi di avere davanti un remake fatto per spillare soldi agli inguaribili malati di nostalgia, o un semplice omaggio celebrativo che nulla aggiunge e nulla toglie all’originale: in questo volume, Castelli e Palumbo hanno “ricreato” tout court il numero 1, rispettando l’originale ma aggiungendovi quel qualcosa in più che spinge a leggere e rileggere il volume anche quando – come nel mio caso! – lo si sa praticamente a memoria.
Forse anche per far capire che Diabolik non è semplicemente un fumetto da spiaggia, o da treno: se vuole, sa essere molto di più. Con l’avvertenza però, se proprio non si può fare a meno della spiaggia, di non portarsi dietro pure questo volume sotto l’ombrellone: correre il rischio di rovinare la bellissima copertina olografica con la salsedine o la sabbia sarebbe un delitto che nemmeno il Re del Terrore accetterebbe di commettere.

(Roberto Orzetti)