I fumetti erotici sono stati un vero e proprio fenomeno editoriale italiano durante gli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Il successo di testate come Zora la vampira, Sukia, Playcolt e Ulula lo si deve soprattutto alle loro copertine, realizzate da veri e propri artisti. Sbam! ha intervistato uno dei più noti e prolifici tra loro, Emanuele Taglietti, che ha ripercorso con noi la sua carriera alla Edifumetto e ci ha raccontato come veniva considerato il fumetto erotico a quei tempi.

Come è nato il suo rapporto con la Edifumetto?
Io ero molto amico di uno scenografo che si chiamava Dino Leonetti, divenuto famoso poi per lo studio di fumetti aperto a Roma (Dino Leonetti studios, Ndr), che poi divenne una vera e propria agenzia in grado di dare lavoro a parecchi disegnatori. Quando lo conobbi io, lavoravamo entrambi ancora nel cinema: me lo presentò il mio concittadino Silvio Romagnoli, a sua volta incontrato sul set di un film.
Con Leonetti nacque una stretta amicizia che è durata fino alla sua scomparsa, nel 2006. Io mi ero stancato del cinema e volevo trasferirmi da Roma insieme alla mia famiglia, per questo iniziai a domandarmi se fossi in grado anch’io di disegnare dei fumetti, un lavoro che avrei potuto fare dove volevo, con la possibilità di spedire i lavori al committente una volta ultimati. Chiesi  a Leonetti se secondo lui sarei stato in grado di fare le copertine – perché mai ho pensato invece di fare i disegni interni – e lui mi disse che con la mia mano avrei potuto sicuramente tentare. Era il 1973, mi diede tre indirizzi di editori a Milano, io telefonai e presi appuntamento con tutti e tre; il primo della lista era Edifumetto…

Aveva già avuto esperienze con il mondo dei fumetti?
No, prima di lavorare per la Edifumetto mi occupavo di cinema: ho fatto una trentina di film, come assistente alla scenografia e poi come arredatore. Nel frattempo disegnavo anche bozzetti per far vedere al regista come sarebbe stata la scena, perché normalmente non capivano molto da un semplice schizzo fatto su carta, e allora bisognava far loro un disegno il più realistico possibile. Con questa esperienza pittorica sono poi passato alle copertine, senza aver fatto nulla in precedenza che riguardasse l’anatomia umana. È stato un po’ come ricominciare, ma fortunatamente alla Edifumetto ho trovato un art direct che ha avuto fiducia in me e la pazienza di aspettare qualche mese prima che io ingranassi per bene. Le mie prime cose, infatti, erano evidentemente un po’ ingenue, proprio perché non avevo ancora la dimestichezza con l’anatomia, la cosa ovviamente più importante in quelle copertine. Soprattutto l’anatomia femminile!

Come nasceva una copertina Edifumetto?
Per le copertine un po’ più complesse ricevevo una lettera a casa, una paginetta con due righe di spiegazione. Altrimenti, ci sentivamo per telefono. Devo dire però che le copertine più belle nascevano dalle idee e la fantasia di chi doveva realizzarle. Barbieri diceva spesso che le copertine migliori erano quelle pensate da noi, mentre quelle fatte quando eravamo vincolati a dei soggetti non lo soddisfacevano quasi mai. Ho pensato spesso che loro suggerissero allo sceneggiatore un passaggio della storia che si riferisse in qualche modo all’immagine che avevo messo in copertina; anche perché gli sceneggiatori lavoravano 30-35 storie al mese e non avevano il tempo di studiare chissà quali intrecci. Se si escludono i primi anni, dal 1975 in poi è stata una tremenda corsa contro il tempo, con storie non più elaborate e fresche come prima. Ci si affidava molto all’impressione che l’utente poteva avere guardando la copertina in edicola: dentro a volte c’erano disegni di grandi autori, come Magnus per esempio, ma molte volte il fumetto veniva acquistato principalmente per la bellezza della copertina. Se si era fortunati, nell’albo si trovava anche una bella storia.

Che aria si respirava alla Edifumetto?
La sede era in via Redi a Milano, e appena si entrava ci si trovava in una sorta di salottino dove c’erano sempre pittori e disegnatori con i loro lavori. Era una ditta che dava da lavorare a tantissime persone ed è stata una scuola per molti. Io stesso, qui a Ferrara, avevo il mio studio e accoglievo ragazzi che imparavano il mestiere. Anche Dino Leonetti, nel suo studio di Roma, ha avuto tanti giovani che poi sono passati a fare copertine. Quello era un bel periodo per chi voleva buttarsi nel mondo del fumetto, un periodo dove si poteva insegnare. Molti hanno imparato attraverso la scuola dell’erotico:  artisti che hanno fatto strada, che lavorano ancora oggi e che devono la loro preparazione a Barbieri, che li pagava pur essendo loro alle prime armi… non come avviene ai giorni nostri, quando devi essere subito ben preparato. Anche l’editore Cavedon, avendo 30-35 testate al mese, doveva affidarsi a molti giovani, italiani e stranieri.

Lavorare per il fumetto erotico poteva rappresentare un problema?
Per molti artisti lo era. Tanti di quelli che hanno lavorato nell’erotico di quell’epoca ancora oggi non sono molto contenti che si sappia. Chi come me ha fatto solo copertine, sente meno questo problema: alcune storie erano davvero scabrose, ma le copertine non lo sono mai state: erotiche sì, ma mai porno, anche perché le autorità avrebbero bloccato le testate. Ai disegnatori, invece, soprattutto nell’ultimo periodo, chiedevano cose davvero pesanti, con storie che rasentavano la pedofilia e il sadomaso. Per questo motivo, quelli che poi sono diventati artisti affermati non sono contenti che si vada a rivangare su queste cose. Un’eccezione è data da Leone Frollo, che è fiero di ciò che ha fatto, perché il suo è sempre stato un erotico molto artistico.

La versione completa di questa intervista e molto altro materiale sul maestro Taglietti e sulla storia del fumetto erotico italiano è disponibile sul nr. 8 di Sbam! Comics, la nostra rivista digitale scaricabile gratuitamente da qui.

(Sergio Brambilla • 13/04/2013)