Era il 1975: il Partito socialista incaricava tre giovani autori di lavorare a un fumetto che raccontasse la terribile storia della strage di piazza Fontana, di quella bomba che il 12 dicembre del 1969 uccise 13 persone e ne ferì altre 90.
Il fumetto, realizzato a tempo di record, venne stampato su un fascicolo di carta a basso costo per essere diffuso nella tiratura-record di 600.000 copie, del tutto gratuitamente. Quell’albo è oggi assolutamente introvabile: venne poi riproposto nel 1978 da L.F. Bona Editore in un’edizione amatoriale. Solo nel 2010 l’opera è stata rilanciata in un’edizione da libreria da QPress, nella collana PAMphlet (48 pagine in b/n, euro 9,90).
Un’opera di prestigio dimenticata, dunque, per molti anni. Stiamo parlando di un notevole esempio di vero e proprio giornalismo a fumetti (fenomeno oggi “di moda”): Un fascio di bombe, realizzato da autori che – dal 1975 in poi – hanno fatto decisamente parecchia strada. La sceneggiatura è infatti di Alfredo Castelli e di Mario Gomboli, e i disegni sono di Milo Manara. Avevano collaborato al lavoro anche le sorelle Giussani e Mario Uggeri, autore della copertina con lo pesudonimo di Ugo Gremiari. E, anche se alcuni dettagli rivelano trattarsi di un’opera commissionata (la riproduzione a tutta pagina dell’Avanti!, ad esempio), questo nulla toglie al valore del lavoro: valga per tutto l’incredibile drammaticità delle scene dell’esplosione, rese perfettamente dal pennello di Manara.

Da sinistra: Giuseppe Peruzzo (QPress Editore), gli autori Alfredo Castelli e Mario Gomboli, Luigi F. Bona (direttore di Wow)

Wow Spazio Fumetto ha organizzato lo scorso 12 dicembre 2012 –  giorno del 43° anniversario della strage – un incontro pubblico con gli autori di Un fascio di bombe: Mario Gomboli e Alfredo Castelli, oltre a Giuseppe Peruzzo, curatore dell’edizione di QPress, e Luigi F. Bona, editore dell’albo del 1978 e oggi direttore di Wow, mentre Milo Manara era in collegamento telefonico. È stata l’occasione per ripercorrere la storia di questo fumetto, dal momento della sua nascita, nel pieno degli Anni di Piombo, a oggi con questa nuova edizione, proposta proprio quando il giornalismo a fumetti sembrerebbe avere un certo ritorno di popolarità. “Forse anche oggi il fumetto dovrebbe ‘impegnarsi’ di più, così come il cinema” ha detto Castelli, “anche se la concezione del fumetto come arte di serie B è davvero dura a morire. Per assurdo, l’unico momento in cui il fumetto venne visto come strumento utile e istruttivo, e non solo come intrattenimento, fu in occasione della pubblicazione della Storia d’Italia firmata da Enzo Biagi. Che però era un’opera a fumetti ma non un fumetto!”.
Un fascio di bombe
ha avuto anche un altro merito, hanno aggiunto gli autori: “Si trattava di un prodotto professionale, opera di professionisti del settore, non del classico lavoro frutto del volontariato di persone improvvisate, pure armate di tutta la buona volontà del mondo. E questo nonostante l’incredibile fretta con cui abbiamo dovuto realizzarlo: 48 pagine in circa venti giorni!”.
Un albo-denuncia uscito in un momento storico difficilissimo: “Ogni rassomiglianza di questo fumetto con persone viventi e vissute o con fatti realmente accaduti non è casuale, è volontaria” spiegava l’albo originale del 1975.