Alberto Lavoradori, Stirpi – 150 pagine – ADM Editore 2012 – disponibile a richiesta (info@sbamcomics.it)

Alberto Lavoradori, veneto, ha collaborato con privati, agenzie pubblicitarie e vari editori, anche di gran nome (Disney Italia, Nuova Frontiera, Comic Art…). Dal 2006 si è lanciato nell’intricato mondo dei book intraprogettuali (intrattenimento + progettazione), prodotti dai contenuti atipici ma pensati, anche/soprattutto, per l’uso elettronico. L’evolversi sulla Rete dell’intrattenimento tradizionale (musica, letteratura, cinema, fumetto…) è  stato motivo, fin dagli albori, di grande interesse per Alberto, anche quando caricare una pagina sul monitor richiedeva un’eternità, con il modem che urlava “sccccrrrrrrrt-doing-doing”. Un supporto veloce, pratico e immediato come quello di oggi non poteva quindi “fisiologicamente” restare troppo a lungo sullo sfondo.
Così a Lucca 2010 Alberto ha presentato due book intraprogettuali: Gommo Origine, edito da Lo Sciacallo Elettronico, e Stirpi, con Cagliostro EPress. Proprio Stirpi, in una versione rielaborata e completata, è presentata oggi in formato ebook.
Ne parliamo con Alberto stesso, in questa intervista, scritta secondo il peculiare stile di questo artista poliedrico.

Definisci Stirpi un libro intraprogettuale. Puoi spiegarci questa definizione?
Intraprogettuale. Semplice, l’intrattenimento e la progettazione sono allineati e convivono sullo stesso piano. La fase progettuale non è più esclusivamente la miccia del prodotto, ma è struttura stessa dell’intrattenimento, sia per i testi che per le immagini. Significa, che i fermenti e le idee allo stato brado, quelli puntualmente epurati dal corpo finale del lavoro, non finiscono in un cestino o in un cassetto, ma narrano.
Incamerare la forza dell’atto primigenio e travasarla in una storia. Questa l’intenzione.
Inoltre, impaginazione, grafica e soprattutto le scansioni temporali tra i reparti narrativi (moduli), hanno una precisa identità e conformazione narrativa. Immagini e testi poggiano sopra un supporto che non segue schemi e gabbie tradizionali.

Come sei arrivato a questa scelta?
Avete presente il barman che decide di creare il suo marchio di fabbrica, un suo cocktail, e agita gli ingredienti “mentalmente”, aspettando il momento opportuno per procedere? Per maturare l’effettiva convinzione? Questa è stata la mia esperienza. Un giorno è arrivato quel giorno.
Stirpi è un’idea maturata e sedimentata nel tempo. Insomma, un processo preciso, dotato d’un avvicinamento graduale.
Un terzo di testo.
Un terzo d’immagini.
Un terzo d’impostazione.
Il tutto versato in un bicchiere dove nessun gusto prevale, e alla fine c’è una storia compiuta. E ogni elemento fa la sua giusta parte. Ovvio, è una formula che non può accontentare tutti i palati, perché Stirpi chiede un metodo di lettura diverso, cioè un approccio non convenzionale.

Il libro narra dello scontro “eterno” tra Antu e Surgikturian. Senza svelare troppo della storia, puoi dirci qualcosa sulle differenze tra queste due stirpi?
In Stirpi comanda l’ossessione che alimenta un congegno agghiacciante e implacabile. I personaggi, rappresentativi o fugaci, sono quasi un complemento e a dominare è una sorta di comune tragico incedere. Brutale… un po’ come lo stile usato per Stirpi.
Comunque. Gli Antu cercano ossessivamente d’attivare il motore che permetterà il ricambio generazionale della stirpe, ma, per loro stessa natura, la fecondazione, l’iniziazione, è un processo complicato quanto fragile ed esposto. I Surgikturian, invece, sono un conglomerato di tribù competitive, eterogenee, con la psicosi della conquista, ma lacerate da una furiosa lotta intestina, decretata proprio dalle leggi innovative del nuovo leader, inviso, da subito, a molti clan.
Altro. Gli Antu, irretiti da una natura inflessibile, sono esseri stanziali. I Surgikturian conoscono solo rivalità e crudeltà.
Infine. Motivo di contrasto è che gli eventi accadono, appunto, nello stesso territorio, che, a modo suo, non è affatto un luogo neutro ma recita la parte di stirpe aggiunta.

In sintesi, che risultato pensi d’aver ottenuto con questo lavoro?
Un’inquadratura narrativa diversa. Lunga 160 pagine. Integra. Dotata d’un angolo inclinato proprio. Sicuramente distribuirà  (non so in che misura e percentuali), sensazioni ottuse e acute. Con Stirpi, comunque, sono riuscito a mantenere fede all’idea originale e ciò, per me, è già un risultato.

Quali sono state, se ci sono state, fonti d’ispirazione sia per la parte scritta che per quella disegnata di Stirpi?
Nessuna. Durante tutta la fase produttiva ho tenuto Stirpi oltre il perimetro dei miei gusti personali. Qualsiasi. Nuove idee? Altri spunti aggiuntivi? Voilà, la natura del concetto intraprogettuale consente l’inserimento d’infiniti moduli (caratteristica già insita nella natura stessa dell’e-book). Qualsiasi soggetto, oggetto, spunto (natura e genere sono fattori secondari), se integrabili, sono stati arraffati e travasati in Stirpi (anche in fasi e tempistiche, tra loro, lontane).

Da dove nasce la tua passione per la fantascienza?
Dal piacere per le tonalità incerte e astratte. Dal dislivello, nei confronti del reale, prodotto dentro l’ambito trasposto (il luogo dentro la testa dell’autore), dove prende vita il mondo che non è, o che non è ancora diventato.
Dall’interazione tra soggetti e sistemi innestati e sporcati con idee inusuali.
Dal Sense of wonder che la fantascienza è in grado di raccontare, rappresentare.
Però, a nudo, evitando considerazioni abusate, rispondo che qualsiasi trucco per evadere dalla fossa del quotidiano è ben accetto. Bene, in merito, la fantascienza, (leviamo testa e coda), è un ottimo espediente (lima, visto che si parla d’evasioni).

Quali sono i tuoi progetti presenti e futuri?
Per il presente c’è il lavoro, importante, motore basilare… che chiede specifiche e precise esigenze.
Ma resto sempre attento nei confronti del giorno successivo. Per domani riservo sempre un po’ di spazio ed energie allo studio, alla ricerca dei materiali sia elettronici che materici, magari per confezionare e perfezionare altri lavori intraprogettuali e per affrontare, meno sguarnito, vecchie, attuali e nuove esperienze.

Guardando invece al passato, a febbraio di quest’anno è uscita (con il Corriere della sera e la Gazzetta dello sport) una raccolta che ha riportato i riflettori sul personaggio di Pk. Puoi dirci qualcosa del tuo rapporto con il “papero mascherato”?
Parliamo di ‘qualche’ tempo fa. Paperinik prima di Pk l’avevo disegnato poco. Pk, oltretutto, modificava drasticamente molti crismi già sedimentati e riconosciuti. Personalmente, inoltre, non avevo mai affrontato un impegno così concreto e al contempo laborioso.
Fu una bella sfida, anche se il mio apporto si limitò a precise sezioni embrionali (altri ne studiarono altre), e al numero zero. Ricordo, inoltre, quel momento come un periodo ipertrofico, irrefrenabile, rigato d’imprecisioni, ma fecondo, fecondissimo. Fertile per tutti, redattori, sceneggiatori e disegnatori. Fertile anche per i lettori. Attorno a quell’operazione, e, successiva rivista, ruotò un potente e genuino entusiasmo. E consenso. Il pubblico, infatti, surclassando qualsiasi previsione, accettò da subito la novità, seppur sfrontata e oltremodo eccentrica.
Pk (dal punto di vista temporale), rappresentò la rivista giusta nel momento giusto.

Da PK a Stirpi… apparentemente due universi lontanissimi… come è stato il passaggio da uno all’altro, ci sono elementi comuni?
In effetti parliamo di mondi distanti che non hanno elementi comuni. Aggiungo anche che tra queste due esperienze, decorre, purtroppo, un sacco di tempo e altre esperienze (anche editoriali). Tuttavia… l’effetto e lo slancio creativo, seppur su binari diversi e con inevitabile mutazione di maquillage, quello… quello resta identico, inalterato.

Una nota per concludere?
Un saluto. E grazie a Sbam! per il prezioso spazio che mi ha concesso.

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