Parafrasando la più famosa battuta di un’icona pop come Luigi Garzya, già roccioso stopper di Lecce, Bari e Torino, «sono pienamente d’accordo a metà» con la recensione che gli Sbam-redattori hanno dedicato a Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno, capitolo conclusivo della trilogia con cui Christopher Nolan ha ridato lustro alla carriera cinematografica del Pipistrellone dopo i disastri dell’epoca Schumacher.
La quale recensione, in estrema sintesi, finisce per distillare la seguente sentenza: il film è bello (e ci torneremo in chiusura), ma quello che si vede sullo schermo non è il Batman che conosciamo. E questo, si dice, farebbe storcere il naso a chi ama i fumetti in generale e quelli del Crociato incappucciato in particolare.

BATMAN, MA NON SOLO
Perché da un certo punto di vista è possibile essere «pienamente d’accordo» con un simile giudizio? Perché, detto papale papale, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno NON è un classico film di Batman, o perlomeno non è SOLAMENTE un film di Batman.
Anzi, a ben guardare, non è neppure un film di supereroi, almeno nell’accezione che blockbuster esili e fracassoni come Thor o The Avengers hanno contribuito a rendere di uso comune tra il grande pubblico. Non che manchino sganassoni sulle gengive, esplosioni e scene spettacolari, utili se non altro per confezionare i trailer e attirare in sala le folle plaudenti. Però sono tutto sommato poche, nell’ambito di un film che supera le due ore e mezza e che, per la maggior parte di questa non trascurabile durata, ci mostra invece i protagonisti intenti a dialogare.
Già, ne Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno si parla molto, e si parla di un sacco di cose: della gestione del potere e delle sue implicazioni etiche e morali; dell’aspirazione a una vita diversa, a una seconda chance che permetta di chiudere i conti con il passato, i suoi errori o i suoi fantasmi; di speranza, di ordine e caos, di bene pubblico e vendette private. Il tutto condito da una mole imponente di strizzate d’occhio alla letteratura, alla storia e alla cronaca, da Dickens al Terrore, fino a Occupy Wall Street.
E Batman? Il nostro eroe, in cappuccio e mantello, presidia sì e no una ventina di minuti di film, lasciando per il resto la scena al suo alter-ego borghese Bruce Wayne. Ma è un’assenza che non pesa, giustificata in pieno dallo sviluppo del plot e resa lieve dal notevolissimo talento narrativo di Nolan, forse il miglior regista attualmente sulla piazza hollywoodiana. E poi, al Cavaliere Oscuro viene riservato il gran finale più epico, trascinante e genuinamente «macho» che ci è dato ricordare da un bel po’ di tempo a questa parte. Roba da occhietto lucido garantito anche per i duri di cuore, insomma.

L’ESSENZA DI UN EROE
Ma, diranno i custodi dell’ortodossia, il Batman di Nolan mette in secondo piano (o dimentica del tutto) molti degli aspetti tradizionalmente caratterizzanti dell’Uomo Pipistrello. La sua genialità investigativa, per dirne uno. Oppure, il suo essere un’oscura leggenda metropolitana, capace di incutere cieco terrone anche nei malintenzionati più incalliti.
Vero, impossibile negarlo. Eppure, diciamolo sinceramente, non è un gran problema.
E questo per almeno due ordini di motivi.

1) In primo luogo nessun personaggio, soprattutto se alle spalle ha ormai più di settant’anni di onorata carriera, è sempre uguale a se stesso. Non tanto e non solo perché si evolve parallelamente al mutare del contesto storico-culturale e dei gusti del pubblico (cosa quest’ultima non sempre positiva, in verità). Ma soprattutto perché – fatti salvi alcuni caratteri di fondo che devono rimanere immutati, pena lo snaturamento del personaggio stesso – il modo in cui viene rappresentato varia in base alle diverse sensibilità degli autori che di volta in volta ne narrano le gesta. Chi ha buona memoria non faticherà a ricordare che all’epoca di The Dark Knight Returns (1986), oggi unanimemente considerato un caposaldo della mitologia batmaniana, qualche criticone si spinse addirittura ad accusare Frank Miller di aver «tradito» l’eroe, semplicemente perché lo scrittore del Maryland si era sforzato di ridargli una sorta di verginità letteraria, raccontandolo come nessuno aveva mai fatto prima.
Non che si voglia con questo paragonare il lavoro di Nolan a quello di Miller, beninteso. Ma semplicemente sottolineare come il regista, affiancato in fase di sceneggiatura dal fratello Jonathan, abbia semplicemente messo in scena il «suo» Batman: personaggio che, in estrema sintesi, lui vede come un vigilante pieno di soldi, che scazzotta i cattivi indossando un’armatura da Robocop e avvalendosi di un bel po’ di gingilli ipertecnologici.

2) Però, nel momento stesso in cui «riduce all’osso» il supereroe, spogliandolo di molte delle sovrastrutture che hanno contribuito ad alimentarne il mito, Nolan dimostra di aver comunque compreso – e quel che più conta di rispettare – l’essenza profonda del personaggio. Vale a dire le sue motivazioni. Quella potente spinta interiore nata in Crime Alley una notte di tanti anni prima, che è all’origine della missione di Bruce e che spesso prende la forma di una vera e propria ossessione, sulla quale si gioca il sottile equilibrio tra sanità e follia, tra rigore e brutalità, tra devozione e alienazione che rappresenta – quello sì – la vera cifra distintiva e imprescindibile con cui tutti gli autori di Batman hanno dovuto, devono e dovranno fare i conti. Si tratta di un aspetto ben presente nell’intera trilogia di Nolan, che anche in quest’ultimo episodio ci accompagna – ora manifesto, ora sottinteso – lungo tutto il dipanarsi della vicenda. Facendoci dire che sì, al netto di qualsiasi semplificazione e «spoliazione» operata dal regista, quello che vediamo sullo schermo È e RIMANE il nostro caro Batman. O, almeno, una delle tante letture di Batman che un autore – fumettistico o cinematografico, poco importa – può legittimamente fornire, rimanendo comunque fedele all’anima più intima dell’eroe.

Ecco perché, a conti fatti, mi trovo d’accordo solo «a metà» con l’altra Sbam-recensione di cui parlavamo all’inizio.

IL MIGLIORE DEI TRE
Dato a Cesare quel che è di Cesare (o meglio, a Batman quel che è di Batman e a Nolan quel che è di Nolan), due parole sul film in quanto tale. Che è bello, molto bello. Il migliore e il più completo della trilogia. Messo da parte il pessimismo del secondo episodio, si riparte dai registri di Batman Begins: ma mentre quello, se proprio vogliamo andare a cercare legami fumettistici circostanziati, richiamava in alcune atmosfere le opere di Frank Miller, qui le citazioni più immediatamente percepibili sono per saghe come Knightfall, Terra di nessuno e Il figlio del Demone.
Mirabilmente diretto e ottimamente interpretato anche dagli attori apparentemente meno in parte (Anne Hathaway è una bella sorpresa), Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno fila dritto come un treno, riuscendo nell’impresa di mantenere alti il ritmo e la tensione nonostante la durata chilometrica e la già citata preminenza delle scene «parlate» rispetto alle sequenze d’azione.
Menzione d’obbligo per la sensazionale colonna sonora di Hans Zimmer, nonché per la Gotham City ricostruita dallo scenografo Nathan Crowley e dal direttore della fotografia Wally Pfister partendo da un mix tra New York e Pittsburgh: non sarà «cupa e orrorifica» (Sbam! dixit) come quella immaginata all’epoca da Bob Kane, ma regge alla grandissima il ruolo di co-protagonista del film, alla pari con l’eroe.
Difetti?
Pochi, e tutti veniali. Il più grosso, tirando le somme, risulta essere lo strettissimo legame con gli episodi precedenti, che rende pressoché impossibile per chi non li abbia visti capire che cosa fanno i personaggi e quali siano le motivazioni ultime delle loro azioni.
Quasi inevitabile, in un film così lungo e articolato, qualche alto e basso di sceneggiatura. Ma da qui a parlare di veri e propri «buchi», ce ne corre.
In definitiva: da vedere e poi rivedere, possibilmente in IMAX. Anche per rifarsi quattro risate con la scena (quella sì davvero buffa…) in cui un cencioso recluso in una prigione dimenticata da Dio riesce ad riaggiustarti la schiena rotta a suon di cazzotti…

(Marco De Rosa)