Robert Kirkman – Charlie Adlard – Tony Moore, The Walking Dead voll. 1-10, SaldaPress 2005-2011

Un altro fumetto sugli zombie? E per di più un fumetto seriale, destinato cioè a continuare mese dopo mese per chissà quanto tempo, nel tentativo di partorire qualcosa di minimamente originale attorno a uno dei temi più triti e abusati dell’immaginario orrorifico contemporaneo? Naaaaaaaa…
Ammettiamolo: abbiamo reagito proprio così, con un mix di noia e diffidenza, al momento di approcciare per la prima volta The Walking Dead, l’ambizioso «Z comic» di Robert Kirkman pubblicato negli Usa da Image e proposto al pubblico di casa nostra dall’effervescente team editoriale di SaldaPress.
All’epoca, poi, il serial televisivo che nell’ultimo biennio ha regalato fama globale all’opera di Kirkman (Sky ha da poco programmato in Italia la seconda stagione) era ancora di là da venire e, nonostante le incoraggianti recensioni che rimbalzavano dagli States, non è che ci aspettassimo poi molto dalla lettura di questo fumetto. Anzi, eravamo convinti che l’avremmo abbandonato al suo destino dopo un assaggio fugace. E invece…
E invece siamo ancora qui, a trepidare in attesa del prossimo volume (finora ne sono usciti dieci, ciascuno dei quali raccoglie sei numeri della serie originale americana) come tossici in crisi d’astinenza. Il motivo? È presto detto, e per comprenderlo bastano poche pagine: The Walking Dead non è semplicemente «un altro fumetto sugli zombie». Di morti viventi, intendiamoci, se ne vedono un sacco. E come da tradizione se ne vanno in giro putrescenti e instupiditi, pronti ad azzannare chiunque capiti loro a tiro. Ma Kirkman dimostra di aver appreso appieno la lezione delle migliori pellicole del genere (Romero docet), la cui vera forza non risiede nel ricorso massiccio a effetti splatter, quanto piuttosto nella capacità di analizzare la società contemporanea, mettendo in discussione i suoi valori fondanti e, in ultima analisi, il tessuto stesso sul quale ogni giorno costruiamo i nostri rapporti interpersonali.
Concepita come un’opera corale, l’intera saga ruota comunque attorno alla figura di Rick Grimes, sbirro di provincia caduto in coma dopo essere stato ferito durante uno scontro a fuoco. Risvegliatosi in ospedale diverse settimane più tardi, non ci mette molto a scoprire che il mondo che conosceva non esiste più: corridoi e corsie sono infatti infestati da cadaveri che camminano. E all’esterno la situazione non appare migliore: la devastazione è ovunque, mentre i morti viventi affollano strade e campagne. Dopo essere sfuggito fortunosamente a un paio di tentativi di sbranamento, riesce a riabbracciare la moglie e il figlioletto, che nel frattempo si sono uniti a un piccolo gruppo di sopravvissuti. Per tutti loro, e per i nuovi personaggi che via via appariranno nel corso della storia, il futuro ha in serbo una lunga teoria di situazioni-limite, che metteranno a dura prova la loro stessa umanità e sulle quali ovviamente sorvoliamo, per non privare del piacere della lettura chi ancora non conoscesse la serie. In questa sede ci limitiamo a sottolineare come nel decimo e finora ultimo volume, Ciò che diventiamo, disponibile in tutte le fumetterie del regno dalla fine dello scorso ottobre, la lenta ma inesorabile discesa agli inferi dei nostri protagonisti raggiunga punte di disperazione mai toccate in precedenza, portandoli a infrangere limiti che non dovevano essere oltrepassati e a fare i conti con il proprio lato più primordiale e animalesco.
Nonostante la loro costante minaccia costituisca il motore stesso della vicenda, ci si rende conto ben presto che nel lavoro di Kirkman gli zombie finiscono per rappresentare poco più di un pretesto narrativo, una variabile esterna che l’autore introduce per mostrarci come le abitudini di persone assolutamente comuni possano essere sconvolte da un evento assolutamente fuori dal comune (i morti che escono dalle tombe!) e come di conseguenza queste persone siano costrette ad adattarsi per sopravvivere.
Ecco perché, più che un vero e proprio horror, The Walking Dead si presenta come il racconto della più classica delle avventure: quella della sopravvivenza di una specie, in questo caso la specie umana, alle prese con un ambiente diventato improvvisamente ostile.
È lo stesso Kirkman, peraltro, a chiarire fin da subito il concetto, nella sua introduzione al primo numero: «Non è mia intenzione terrorizzare nessuno. Se ciò avverrà ugualmente, a causa della lettura di questa storia, allora va bene, ma davvero… questo non era ciò che avevo in mente. (…) A mio parere, i migliori film di zombie non sono quelle feste splatter di violenza sanguinolenta, con personaggi ridicoli e battute idiote. Un buon film di zombie riesce a farci vedere come siamo messi male, mette in discussione sia il nostro ruolo nella società sia quello della nostra società nel mondo. (…) Con The Walking Dead intendo indagare i modi in cui le persone reagiscono di fronte alle situazioni estreme e come ne escono cambiate. È questo il mio scopo sulla lunga distanza. Con il tempo, vedrete il personaggio di Rick mutare e maturare al punto che quando vi guarderete alle spalle finirete per non riconoscerlo più. Spero che vi piacciano i racconti epici, perché è proprio ciò che ho in mente per questa storia. (…) Quindi, se quanto leggerete vi terrorizzerà… benissimo, ma questo non vuol essere un fumetto dell’orrore. E con ciò non intendo affatto sminuire l’importanza del genere. Lungi da me l’idea… È solo che la strada che intendiamo percorrere è differente. Ci interessa di più osservare come Rick riuscirà a sopravvivere, piuttosto che stare a vedere quanti zombie riusciamo a far spuntare da dietro l’angolo per spaventarvi».
Dopo aver seguito le vicende di Rick Grimes e dei suoi compagni di sventura per oltre 1.300 pagine, possiamo affermare che il trentatreenne autore del Kentucky ha centrato in pieno l’obiettivo che si era prefisso. Grazie anche a una qualità di scrittura fuori dal comune, che gli permette di far evolvere l’intreccio in maniera originale e mai scontata, e a una grande capacità di gestione dei personaggi, che risultano perfettamente caratterizzati nel giro di poche vignette.
Kirkman, d’altronde, prima ancora che un autore è un appassionato e cultore maniacale del media fumetto (basti pensare che ha chiamato il primo figlio Peter Parker, in omaggio all’identità «civile» dell’Uomo Ragno…), del quale fin da giovanissimo ha imparato a conoscere e padroneggiare i meccanismi narrativi. Riuscendo così a conferire un’impronta inconfondibile non solo alla «zombie saga» che l’ha reso famoso, ma anche a prodotti in qualche modo più convenzionali come il supereroistico Invincible, pubblicato in Italia dalle Edizioni BD (che, per inciso, vi invitiamo caldamente a recuperare in fumetteria…).
In The Walking Dead, poi, la sceneggiatura e i dialoghi di Kirkman vengono ulteriormente esaltati dagli ottimi disegni, rigorosamente in bianco e nero, di Charlie Adlard, il cui stile cupo e volutamente «sporco» ben si adatta al tono generale dell’opera, facendosi in questo preferire al tratto più classico di Tony Moore, che aveva illustrato i primissimi episodi.

(Marco De Rosa • 03/02/2012)