Jeph Loeb – Tim Sale, Superman: Stagioni, Grandi Opere DC, RW Edizioni – Lion, 2012

E bravi i ragazzi della RW – Lion, neo-licenziatari italiani del glorioso marchio DC Comics. Già il fatto di non dover più fare i conti con i balloon in castigliano dimenticati in pagina dagli editor «distratti» della Planeta DeAgostini, ce li rendeva simpatici di default. Ma a farli schizzare di botto nell’olimpo dei divulgatori benemeriti della Nona Arte è stata la scelta di riproporre, fin dal primissimo mese della loro gestione, un capolavoro assoluto come Superman: Stagioni, da troppo tempo assente dagli scaffali delle fumetterie.
Perché tanto entusiasmo? Semplice: perché stiamo parlando, né più ne meno, di una delle più belle storie del kriptoniano raccontate in oltre settant’anni di onorata carriera editoriale. Non la più famosa, forse. Di certo non la più spettacolare, visto che non c’è traccia di invasori alieni, scorribande spazio-temporali o machiavellici piani di conquista da sventare all’ultimissimo secondo. Ma, senza alcun dubbio, quella che meglio ha saputo esprimere la grandezza di Superman, la sua intrinseca epicità, soffermandosi più sul lato umano del personaggio che su quello eroico.

Già, perché il Nostro potrà pure volare più veloce di un proiettile o deviare il corso dei fiumi con una mano sola, ma sotto la tuta blu rimane sempre un uomo, seppure di origine aliena.
Ed è proprio da questa considerazione (banale, ma troppo spesso dimenticata da altri autori), che prende le mosse il collaudato tandem composto dallo scrittore Jeph Loeb e dal disegnatore Tim Sale per narrarci una storia che ha fatto epoca, pubblicata originariamente negli States come miniserie di quattro numeri nel 1998 (Superman: For all seasons) e approdata per la prima volta nel nostro Paese l’anno successivo, per i tipi della Play Press.
La trama, in sé, è semplice: gli esordi del percorso dell’eroe, la progressiva presa di coscienza dei suoi poteri e del suo ruolo nel mondo, vengono riassunti nel corso delle quattro stagioni dell’anno, ciascuna delle quali contraddistinta dalla voce di un narratore diverso: il padre adottivo Jonathan Kent, la spericolata reporter (e futura «signora Superman») Lois Lane, l’eterna nemesi Lex Luthor, all’epoca con ancora qualche capello in testa, e Lana Lang, la fiamma del nostro durante gli anni giovanili a Smallville.
Ciascuno di loro racconta l’evoluzione di Clark/Superman, da ragazzo di campagna a campione di Metropolis (e di tutta la Terra), secondo il proprio personalissimo punto di vista: ne emerge un Uomo d’Acciaio profondamente diverso da quello cui siamo abituati, ma non per questo meno credibile. Un ritratto epico e insieme umanissimo, che trova forse la sua vetta poetica nelle pagine dedicate all’anziano Jonathan: il contadino del Kansas che un giorno di tanti anni prima raccolse quel neonato caduto dal cielo e che ora, dopo avergli trasmesso i valori di responsabilità e rettitudine ai quali ha improntato la sua stessa vita, capisce che è giunto il momento di lasciarlo andare.
La riconosciuta capacità narrativa di Loeb, che l’ha reso uno degli autori più apprezzati del fumetto americano dell’ultimo ventennio, oltre che sceneggiatore e produttore televisivo di successo (Smallville, Lost, Heroes), trova qui il miglior supporto possibile nelle matite di Sale, il cui stile personalissimo e inconfondibile (o lo si ama, o lo si odia…) ci regala tavole di rara intensità. E il fatto che le linee cinetiche tipiche dei comics moderni e la stessa coerenza nelle proporzioni vengano a volte liberamente reinventate non rende meno godibile il risultato finale, anzi ne accresce ulteriormente l’impatto emotivo.
L’affidabilità dell’accoppiata Loeb-Sale, d’altronde, non è certo una novità per i lettori. A modesto parere di chi scrive, da tramandare ai posteri rimangono (oltre ovviamente all’opera oggetto di questa recensione) soprattutto alcuni loro lavori per la DC, a cominciare dai batmaniani Il lungo Halloween e Vittoria oscura, ma anche in casa Marvel il duo ha saputo produrre piccole-grandi gemme come Devil: giallo, malinconica rilettura delle origini dell’eroe cieco creato nel 1964 da Stan Lee e Bill Everett.

Marco De Rosa