È in edicola da qualche giorno il numero 369 di Dylan Dog (Graphic Horror Novel, giugno 2017, 94 pp in b/n, Sergio Bonelli Editore, € 3,50).

Ebbene, se siete lettori sui quarant’anni di età, sappiate che la lettura produrrà un notevole effetto nostalgia: in questo numero, infatti, Dylan ‘incontra’ David Foster Wallace, uno scrittore che è stato (ed è ancora) un vero mito, ma anche una persona che suscita un’infinita tenerezza.

Per chi sia stato uno studente universitario verso la fine degli anni ’90, in particolare delle facoltà umanistiche, David Foster Wallace è stato oggetto di curiosità e venerazione: le ragazze lo amavano per il look con la bandana in testa, i ragazzi lo invidiavano per questo fascino e per la sua scrittura.

Nato nel 1962 a Ithaca, nello stato di New York, DFW è cresciuto in Illinois, paese che con le sue distese di coltivazioni tornerà spesso nei suoi libri.
La sua prima passione è il tennis: è un buon giocatore e arriverà alle soglie del professionismo. Su questo sport scriverà almeno sei saggi brevi, il più noto dei quali è quello sul tennista svizzero Roger Federer: le sue giocate, per Wallace, divengono i momenti Federer.
Si laurea in Letteratura inglese e in Filosofia con una tesi sulla logica modale e sul fisico Richard Taylor; da qui si può già intuire perché sia divenuto un autore considerato ‘difficile’.
Ottiene un Master in scrittura creativa all’università dell’Arizona e diventerà lui stesso insegnante di scrittura creativa al Pomona College della California. Il suo primo romanzo La scopa del sistema deve molto alla sua laurea in Filosofia, all’ambiente universitario e a Ludwig Wittgenstein: la protagonista, Lenore, ha una nonna che è stata allieva del filosofo… L’incipit è il famoso «Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti».
La prima raccolta di racconti, La ragazza dei capelli strani, unitamente al romanzo, gli valgono l’attenzione del pubblico e della critica.

Ma nel 1996, quando esce Infinite Jest, che in molti arrivano a considerare questo romanzo-fiume di milleduecento pagine il suo indiscusso capolavoro: insieme al suo reportage sulle crociere di lusso Una cosa divertente che non farò mai più, è lo scritto per cui è maggiormente conosciuto, citato ed apprezzato.

Per capire al meglio la sua poetica possiamo leggere anche E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione, un saggio nel 1990, e uno dei contributi più belli di Wallace (e anche tra i più lunghi, per uno studente universitario di Lettere e Filosofia!): si parla di metafiction o di letteratura postmoderna. Temi per i quali c’era una forte infatuazione all’epoca, quando si leggeva molto Italo Calvino con il suo Se una notte d’inverno un viaggiatore, o Umberto Eco.

Per spiegare la poetica e le tematiche di Foster Wallace servirebbe molto più spazio. Qui posso solo sottolineare il piacere di aver incontrato il volto di questo scrittore, in grado di segnare un’epoca, con Dylan Dog.
Non so come avrebbe accolto lui il fatto di comparire nei panni di un disegnatore di fumetti (e di essere coinvolto in una seria di omicidi!), visto che la cultura pop gli era molto familiare e non mancava di sottolinearne le pecche.

Al di là delle qualità della storia (soggetto e sceneggiatura sono di Ratigher) e dei disegni (affidati a Paolo Bacilieri con Montanari &  Grassani), Dylan Dog 369 è l’occasione concessa dagli autori di conoscere David Foster Wallace – qui ribattezzato Darren Farmer Woolrich – a chi non lo abbia mai letto prima.
Si può passare da Graphic Horror Novel a Una cosa divertente che non farò mai più e poi ai racconti La ragazza coi capelli strani e, successivamente, a Infinite Jest.

Per chiudere, non posso fare a meno di ricordare che David Foster Wallace ha sofferto di depressione per tutta la vita, ha preso un antidepressivo per vent’anni che alla lunga ha provocato effetti dannosi al suo stomaco. Dopo lunghe sofferenze, nel settembre del 2008 David si tolse la vita nel suo appartamento. Per questo è una persona che suscita un’infinita tenerezza.
Dunque possiamo leggere questo Graphic Horror Novel con la leggerezza dovuta a un prodotto di intrattenimento, ma con la consapevolezza della sofferenza vera di David Foster Wallace.

E leggendolo mi risuona in testa, senza bisogno di iPad o cuffie, la sigla di M.A.S.H, Suicide is painless

(Emiliano Ventura)

Post correlati