Si è parlato molto di lui sui social nei mesi scorsi, in occasione dell’ultima Lucca Comics: Fabio D’Auria “denunciava” il trattamento riservato ai disegnatori che cercavano spazio nella Artists’ Alley, settore delle fiere che più di ogni altro evidenzia il rapporto autore/lettore, più di ogni altro mostra in diretta la nascita di un disegno, una tavola, un passaggio a china, più di ogni altro rappresenta l’arte fumettistica nella sua essenza, la cultura del medium Fumetto.
Una social-discussione che ci ha portati ad incontrare Fabio, spingendoci a cercare di conoscere meglio questo ottimo artista.

Ciao Fabio, raccontaci i tuoi esordi…
Ho cominciato studiando alla Scuola Italiana di Comix di Napoli, e oggi, da oltre 17 anni, faccio fumetti in modo attivo.
I miei primi lavori però sono stati nel mondo del cartoon: il mio esordio nel Fumetto risale al 2000, quando ho colorato le tavole di Bonerest, una produzione dell’etichetta Innocent Victim, con Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli. Non conoscevo ancora bene il mestiere di colorista, un mestiere che in Italia non esisteva: per la nostra tradizione, siamo un po’ il Paese del fumetto in bianco e nero! Pian piano mi sono fatto un nome come colorista, passavo di autore in autore, la voce girava. Ho collaborato con saldaPress e ho fatto qualche commissione con la Francia. Fino al mio primo lavoro “grande”: è stato nel  2006, con Le Jour Des Magiciens Tomo 4 scritto da Michelangelo La Neve e disegnato da Marco Nizzoli per Les Humanoïdes Associés.

Ti sei di fatto specializzato nel colore?
Sì, e ho finito per lasciare il disegno. In seguito arrivai in Bonelli, dove ho cominciato colorando Nathan Never 200: con una certa sfacciataggine, mi ero offerto io stesso di aiutare Germano Bonazzi, e lui mi passò il lavoro. In seguito ho collaborato anche a Dylan Dog Color Fest.

Ma hai lavorato anche per la Marvel…
È stato perché dopo la mia collaborazione con il Giornalino, dove mi sono occupato dello Spider-Man italiano, ho potuto presentarmi alla Marvel con sotto il braccio la mia cartellina. Con loro ho lavorato quattro anni molto intensi, colorando oltre 700 pagine tra Amazing Spider-Man, Incredible Hulk, Deadpool, Avengers, Warriors Three… oltre a moltissime cover. Mi sono così trovato tra le mani i disegni di tanti autori diversi, visto che la Casa delle Idee è solita assegnare lei il lavoro al colorista. Certo, alla lunga tende a consolidare le “accoppiate” per una migliore resa del lavoro.

Come è avvenuto il tuo ritorno al disegno?
Ad un certo punto mi sono sentito saturo, dopo tante notti di lavoro ero davvero stanco e volevo provare altre strade. Così sono tornato al disegno, sebbene con una certa fatica, perché dopo una quindicina d’anni la mano si arrugginisce un po’. Ho trovato una porta aperta alla Soleil Productions con la serie Oracle, dedicata alla mitologia greca.

E il cartoon, tuo primo amore?
Ho collaborato alla serie tv di Sky Arte e Bonelli The Editor is in, per cui ho realizzato i layout e i disegni: non proprio un cartoon, ma è stato un bel lavoro, molto impegnativo. Portare il Fumetto sullo schermo lasciandolo “fumetto” era molto impegnativo, e la mia esperienza precedente mi è tornata utile. L’ultimo nato è – sempre con Sky Arte – I Mysteri di Mystère, con il Detective dell’Impossibile che gira l’Italia alla scoperta dei misteri italiani: immagini reali e personaggi disegnati. Io penso che il nostro sia un bellissimo lavoro, che mi piace molto: ecco perché non voglio mai fermarmi. 

Cosa ci dici sulla questione che hai sollevato riguardo le Artists’ Alley?
È una questione di diritti degli autori, non è giusto farci maltrattare. Purtroppo penso che a molti artisti manchi l’esperienza di lavoro “vero”, di altro tipo. Io ho lavorato in fabbrica con le lamiere: questo mi dà sicurezza nell’affrontare certe questioni, so che se dovesse andar male con i fumetti posso sempre fare anche altro.

Per saperne di più, vi rimandiamo al nr. 33 di Sbam! Comics, la nostra rivista digitale scaricabile liberamente da QUI.

(Domenico Marinelli)

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