Max Landis – Nick Dragotta – Tommy Lee Edwards – Joelle Jones – Jae Lee – Francis Manapul – Jonathan Case – Jock, Superman: Alieno americano, 192 pp a colori, RW-Lion 2017, € 19,95

Chi è Superman?
A questa domanda, la stragrande maggioranza degli interpellati (non necessariamente lettori di fumetti) risponderebbe che Superman è un alieno giunto sulla Terra in tenerissima età dal pianeta morente Krypton. Che il nostro sole gli ha conferito poteri straordinari, che lui usa per difendere il suo pianeta adottivo e l’universo tutto da minacce di ogni genere. E che, negli intervalli tra un’uscita eroica e l’altra, veste i panni dell’occhialuto Clark Kent, la fittizia maschera umana dietro la quale si cela il superuomo per mimetizzarsi tra la folla dei terrestri.

E invece no. Almeno, non solo.

Secondo un’altra chiave di lettura, infatti, Superman è prima di tutto Clark Kent, un bambino che cresce in Kansas sotto le cure amorevoli dei genitori Jonathan e Martha. Un ragazzo che prende confidenza con il mondo tra l’high school e il drive-in di Smallville. Un giovane uomo che, infine, si trasferisce nella grande città per trovare la propria strada. E sono proprio le esperienze maturate in ognuna di queste fasi della vita che, oltre a determinarne la crescita, ne plasmano la natura eroica. Che, in altre parole, trasformano progressivamente Clark in Superman.

Questo, almeno, è il punto di vista che Max Landis, figlio del celebre regista John, cineasta a sua volta nonché storico appassionato dell’Uomo d’Acciaio, esprime in Alieno americano, miniserie di cui si è molto parlato l’anno scorso negli States e che RW-Lion porta oggi nelle librerie del Belpaese in un pregevole volume cartonato.

La storia racconta sette momenti della vita di Clark che, in modi diversi, hanno contribuito a formarne il carattere e i valori, affidandone la trasposizione grafica ad altrettanti bei nomi del comicdom nordamericano. Tutti autori di prove convincenti, anche se alla fine le più significative risultano quelle di Jae Lee, autore della memorabile sequenza del primo incontro tra Clark e Batman, con quest’ultimo che viene letteralmente “spogliato” del suo costume, e di Jock, che nell’episodio conclusivo tratteggia il selvaggio, violentissimo scontro con cui Superman salva Metropolis da una scorribanda di Lobo, assurgendo così allo status di icona eroica globale.

Ma non ci sono solamente grandi imprese, nel racconto di Landis. Anzi, se ne vedono tutto sommato poche, e quelle poche sono spesso depotenziate da contrappunti quotidiani e umanissimi che, in qualche modo, ricordano il Peter Parker intento a muovere i primi passi come Uomo Ragno.
A differenza di quest’ultimo, però, Clark non fa quello che fa per superare un trauma. Suo zio non è stato ucciso da un balordo che lui aveva lasciato fuggire. Né ha avuto, come il futuro amico Batman, i genitori ammazzati all’uscita del cinema. No, a muoverlo è pura, sincera empatia nei confronti di quella che considera la “sua” specie.
Superman, ci dice Landis, è uno di noi. E ce lo sottolinea con la cover del sesto numero di Alieno americano, che raffigura una folla di persone comuni indossare il suo simbolo mentre Clark, seminascosto in mezzo a loro, è l’unico senza costume. Un eroe profondamente umano, insomma, reso “super” proprio dalla straordinaria e disinteressata capacità di amare, prima ancora che dalla forza smisurata e dal potere del volo.

Un approccio, se vogliamo, uguale e contrario a quello di All-Star Superman, la seminale serie di Grant Morrison e Frank Quitely che Landis cita come modello e omaggia con un simpatico easter egg nel momento in cui Clark, appena giunto a Metropolis, scende dalla metropolitana a una fermata annunciata come “Morrison Boulevard-Quitely Street”.

Ma se quest’ultima opera si focalizzava prima di tutto su Superman come figura semi-divina, fonte di ispirazione per le genti della Terra, Alieno americano ribalta la prospettiva, mostrandoci come siano state proprio le persone che ha incontrato nel corso della sua crescita a ispirare Clark, rendendolo ciò che è: in primo luogo i genitori adottivi, ma paradossalmente anche lo stesso Lex Luthor, che in un bel dialogo gli spiega (ovviamente dal suo punto di vista) che cosa significhi essere “eccezionali”.

Tirando le somme: pur non vantando sufficienti frecce al proprio arco per essere annoverata tra i capolavori assoluti che hanno segnato l’avventura editoriale dell’Uomo d’Acciaio, Alieno americano si rivela una lettura sicuramente degna di attenzione, non solo da parte dei fan più incalliti. E conferma la regola secondo cui, ormai da qualche tempo, le migliori storie di Superman sono quasi sempre quelle fuori continuity, svincolate dalla serialità regolare.

(Marco De Rosa)

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