Marco Carucci , Paola Ramella, Sergio Ramelli – Quando uccidere un fascista non era reato, 144 pp. in b/n, Ferrogallico 2017, € 19,00

Che il Fumetto possa essere qualcosa di più del puro e semplice intrattenimento, è una verità sdoganata da qualche decennio. E divenuta ormai patrimonio comune, anche grazie all’affermarsi presso un pubblico sempre più vasto di prodotti (e concetti) come graphic novel o graphic journalism. Insomma, oggi come oggi tutti concordano sul fatto che le Nuvole Parlanti, esattamente come qualsiasi altro medium, possano non solo appassionare e divertire, ma anche raccontare storie difficili e magari controverse, capaci di innescare dibattiti e suscitare riflessioni. Anzi, l’immediatezza propria del linguaggio fumettistico e la potenza evocativa delle immagini gli consentono a volte di farlo in maniera più diretta e fruibile rispetto alla letteratura tradizionale. Così come l’assoluta libertà creativa degli autori, non soggetta a vincoli tecnici o di budget, può rappresentare un plus a livello di efficacia espressiva anche nei confronti del cinema.

Tutto bene, quindi? Non proprio. Non sempre.
Perché troppo spesso le potenzialità di cui sopra, che renderebbero il Fumetto un formidabile strumento di lettura della realtà, vengono mortificate da un approccio quantomeno “strabico” che, in ossequio al conformismo culturale e all’egemonia del politically correct, tende a coprire con una cappa di ostinato silenzio vicende, memorie e personaggi “scomodi”, o semplicemente classificati come estranei alle coordinate del pensiero dominante. Un fenomeno che, se in una certa misura vale per il mercato editoriale nel suo complesso, proprio nel campo della Nona Arte trova – per ragioni di carattere sociologico e/o antropologico che sarebbe troppo lungo sviscerare in questa sede – la sua espressione più totalizzante. Con il risultato di offrire ai lettori una narrazione della cronaca e della storia inevitabilmente “monca”, in cui ad avere diritto di cittadinanza è sempre e comunque un’unica visione del mondo. Peraltro, quasi sempre politicamente molto connotata e riconoscibile.

Per portare una salutare ventata di pluralismo, o semplicemente per garantire ai più curiosi la possibilità di ascoltare anche qualche voce fuori dal coro, ben vengano allora iniziative come quella di Ferrogallico, che già avevamo tenuto a battesimo qualche mese fa su queste stesse Sbam-colonne. Una casa editrice nata con la precisa mission di utilizzare il fumetto per raccontare storie che tanti, troppi, preferirebbero invece venissero taciute. Spazzate via, come la proverbiale polvere sotto il tappeto.
Storie come quella di Sergio Ramelli, il cui nome ancora rievoca uno dei più efferati crimini politici degli anni Settanta, che oggi rivive in un graphic novel firmato dal giornalista Marco Carucci, autore dei testi nonché principale promotore del progetto Ferrogallico, e dalla disegnatrice Paola Ramella.

Un’opera tanto più apprezzabile in quanto, oltre a narrare la tragedia del giovanissimo aderente al Fronte della Gioventù milanese prima discriminato, poi perseguitato e infine brutalmente aggredito a morte sotto casa da un commando di militanti comunisti di Avanguardia Operaia nella primavera del 1975, ci riporta intatto il clima di odio, intolleranza e ingiustizia diffusa che gravava sulle nostre città non più tardi di quarant’anni fa. E che solo il linguaggio semplice eppure ricchissimo del Fumetto avrebbe potuto rendere comprensibile (o anche solamente immaginabile) per i ragazzi di oggi.

Come altro spiegare a un adolescente del 2017 che in Italia, in anni non così lontani, alla sua stessa età si potesse morire semplicemente per aver scelto di schierarsi politicamente “dalla parte sbagliata”? E che un tema troppo critico nei confronti delle Brigate Rosse potesse diventare un atto di accusa da appendere sulla bacheca della scuola, per essere additato pubblicamente come reprobo, appestato, topo di fogna, insomma come “fascista”? E che da lì potessero iniziare le persecuzioni, le intimidazioni, i “processi politici”, le aggressioni consumate nell’indifferenza complice dei docenti, tanto da costringerti ad abbandonare l’istituto in cui avevi studiato fino a quel momento?
E che la tua foto potesse passare di mano in mano, fino ad arrivare a un gruppo di universitari, ragazzi poco più grandi di te che neppure ti conoscevano ma che avevano il preciso mandato di “darti una lezione”?
E che questi potessero aspettarti in dieci sotto casa, al rientro da scuola, per spaccarti la testa a colpi di chiave inglese?
E che anche in ospedale il supplizio potesse continuare, dato che gli infermieri (!) si assicuravano di lasciare le finestre della tua stanza aperte nelle fredde notti del marzo milanese?
E che una volta che il tuo cuore aveva smesso di battere, dopo 47 lunghi giorni di agonia, la notizia del decesso potesse essere salutata con un applauso (sì, con un applauso) durante una seduta del consiglio comunale?
E che, in una città in cui anche la pietà era morta, potesse essere un problema perfino trovare un parroco abbastanza coraggioso da celebrare il funerale?

Sergio Ramelli – Quando uccidere un fascista non era reato racconta tutto questo. Lo fa senza retorica, con linguaggio accessibile e una sceneggiatura in gran parte basata su materiali d’epoca, testimonianze dirette e – soprattutto – sugli atti del processo che, dieci anni dopo l’omicidio, avrebbe visto gli assassini salire sul banco degli imputati. Non è un caso, quindi, che la prefazione del volume sia firmata dal magistrato Guido Salvini, che di quel processo fu il giudice istruttore.

Ma il libro racconta anche altro: la quotidianità di un diciottenne come tanti, le sue passioni sportive, la musica, gli affetti, la militanza politica vissuta con coerenza e coraggio, ma senza eccessi. Un registro, se vogliamo, più intimo e personale, che il tratto asciutto e spigoloso della disegnatrice triestina Paola Ramella riesce a tradurre in pagina con la medesima efficacia delle scene più drammatiche, in cui anche la cupa violenza di quegli anni viene illustrata con grande realismo, figlio evidentemente di un meticoloso lavoro di documentazione sul materiale fotografico d’epoca. Questo, insomma, è un fumetto da leggere e far leggere. Che sarebbe bello venisse portato nelle scuole, in modo da permettere a giovani e giovanissimi di conoscere una pagina così luttuosa (e così vergognosamente rimossa) della nostra storia recente.

Intanto, ci accontentiamo di sapere che, grazie all’ottimo lavoro di Ferrogallico, il volume arriva nelle librerie generaliste distribuito da Mondadori, mentre la distribuzione nel circuito delle fumetterie è affidata a Panini. Due nomi mainstream, che dovrebbero assicurare al titolo la diffusione e la visibilità che merita.

(Marco De Rosa)

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