A volte capita di tenere in stand by le letture: specie in periodi di sovrabbondanza come questi, puntualmente qualche albo viene messo da parte sul comodino per essere letto «quando c’è più tempo»: questo è quello che è capitato al sottoscritto con la miniserie Nick Fury Vs. Shield, ripubblicata di recente all’interno della collana (a cura di Panini Comics e abbinata alla rosea) Le Battaglie del Secolo  (nnr. 41 e 42, 152 pp. a colori, brossurati, € 9,90 cad.).

Premessa iniziale (d’obbligo per le nuove leve): il protagonista di quest’albo non è il Nick Fury cinematografico, ma quello originale (che nel fumetto è il padre di quello del grande schermo), che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di direttore dell’agenzia spionistica S.H.I.E.L.D. (non serve che vi facciamo la storia dei vari acronimi che si sono susseguiti nel tempo, vero?!).

La miniserie di 6 numeri, proposta in questi due volumi ed uscita originariamente nel 1988, rappresentò all’epoca il trait d’union tra le due storiche versioni di Nick Fury: quella degli anni ’60 e ’70, realizzata da Lee e Kirby ma soprattutto da un Jim Steranko ai massimi livelli, e quella dei successivi anni ‘80/’90, che conobbe alterne fortune fino alla ‘morte’ del personaggio (i fan Marvel sanno bene quanto labile sia questo concetto) per mano del Punitore durante la saga Over The Edge.
La storia, come una ogni buona trama di spionaggio che si rispetti, si snoda sulla dicotomia tra realtà e apparenza, in cui quest’ultima è talmente verosimile da ingannare persino uno che ha conosciuto la guerra, ha guidato eserciti ed è uscito da situazioni in cui persino un satanasso come Tex Willer si sarebbe trovato in difficoltà.

La realtà: qualcuno ha rubato il reattore del nucleo dell’Elivelivolo S.H.I.E.L.D.. Lo scopo è ignoto e gli autori del colpo pure (anche se – ovviamente – i sospettati principali sono A.I.M. e Hydra), ma bisogna assolutamente ritrovare l’oggetto. Peccato che fin dall’inizio le cose si rivelino parecchio complesse per il buon vecchio Nick…
Il fido Clay Quartermain ci lascia le penne in missione fin dal primo episodio, e la fiducia delle alte sfere verso l’opera del pluridecorato eroe crolla improvvisamente ai minimi storici… Noi lettori, ormai avvezzi a questo genere di ‘bombe’ (per dirla alla Biscardi), capiamo che c’è qualcosa che non torna nell’atteggiamento dei “piani alti”…

L’apparenza: l’agenzia spionistica, la macchina perfetta creata per proteggere l’umanità, è davvero così propensa alle buone azioni? Le certezze di Nick vacillano, fino a crollare al momento della sua destituzione, quando tutto lo S.H.I.E.L.D., a partire dall’ex-fido Jack Rollins fino all’amata Valentina De La Fontaine, sembrano cospirare contro di lui. Ma c’è un motivo: qualcosa che Nick NON deve scoprire, nonostante, sotto sotto, qualche sospetto ce l’abbia…
Che non sia tutto collegato alla multinazionale Roxxon? E che questa non c’entri qualcosa col ritorno, nel secondo volume, di… ? No no, basta. Siamo in una spy story: il resto dovete scoprirlo da soli!

Due parole sugli autori, conosciutissimi e apprezzatissimi.
Ai testi troviamo Bob Harras, deus ex machina della Marvel degli anni ’90 e autore di ottimi cicli per la Casa delle Idee e la DC, tra cui Avengers e Justice League. La miniserie di cui vi stiamo parlando parlato rappresenta il suo primo vero lavoro ad alti livelli, e già si vede l’abilità dell’autore (sviluppata, in seguito, sui Vendicatori) nel tessere trame ad ampia gittata, caratterizzate da un canovaccio di base su cui si innestano diverse sottotrame, e dove sono i protagonisti secondari (ancor più dei principali) a spostare gli equilibri della vicenda.
Le storia, che ha un rallentamento verso metà per poi raggiungere il suo climax al penultimo episodio, è così un gioiellino di narrazione, dalla quale difficilmente ci si riesce a staccare fino a sapere “come va a finire”: anche se è ovvio che “il buono” vinca, è il “come fa” a vincere che ti acchiappa.
E questo anche grazie agli ottimi disegni di Paul Neary (aiutato alle chine, a partire dal secondo episodio, da Kim DeMulder), disegnatore dal tratto morbidissimo, noto principalmente per i suoi inchiostri per Alan Davis, Mike Zeck e Bryan Hitch negli anni ’80, ’90 e 2000, ma anche per aver realizzato in solitaria tantissime storie Marvel e DC. Il suo, come dicevamo, è un tratto morbido, decisamente ispirato ad Alan Davis, ma con qualche spruzzata di Steranko e Adams. Il connubio tra i suoi disegni ed i colori di Bernie Jaye (molto vintage visto oggi) è decisamente azzeccato.

Insomma, l’avete capito: non si tratta di una lettura che lascia indifferente, e che vi consigliamo di recuperare. L’edizione indicata all’inizio è ad oggi disponibile sul sito della Gazzetta, mentre se siete amanti del cartonato potete recuperare l’edizione Panini Comics del 2015. In alternativa, potete cercare nelle fiere il mitico speciale della Play Press uscito nel lontano 1989.

(Roberto Orzetti)

 

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