Si è appena conclusa la prima stagione di Legion, la prima serie prodotta da Marvel Television che non fa parte del Marvel Cinematic Universe. Creata dallo showrunner Noah Hawley, autore della serie tv di Fargo, è andata in onda su FX (Fox in Italia) ed è ambientata in un universo parallelo rispetto al mondo cinematografico degli X-Men della Fox.
Vede come protagonista David Heller, alias Legione, il mutante di classe omega ideato nel 1985 da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz come figlio di Charles Xavier e di Gabrielle Heller.

Potentissimo, Legione è in grado addirittura di creare realtà alternative e di generare proiezioni mentali, ma è comunque un uomo drammaticamente instabile. Ed è proprio la sua instabilità a tenere banco in Legion.
L’autore ha creato una narrazione costituita da un puzzle di realtà che si intrecciano l’una con l’altra, lasciando lo spettatore spiazzato e disorientato. Un viaggio allucinante nella mente schizofrenica di Haller, un vero labirinto mentale, reso ottimamente da trovate visive sbalorditive: inquadrature geometriche ben calibrate, sapiente uso dei colori, concezione onirica di alcune scene, tutto rende Legion un prodotto anticonvenzionale e atipico. Non solo per come gestisce il rapporto tra realtà e sogno, ma anche per come tratta il tema della malattia.
David è malato, vive di alti e bassi, è l’eroe/antieroe per eccellenza; un prescelto dal potere illimitato in grado di far sia del bene che del male. L’unico suo nemico è dunque lui stesso, o meglio, è l’antico parassita che dimora nella sua mente sin da quando era bambino e che ammorba ogni suo pensiero. Una lotta interna a colpi di “realtà”.

Legion è dunque una serie magnetica, un trip, un’allucinazione che ammalia con trovate visive (e narrative) gli spettatori. Sorprende puntata dopo puntata, sia con “acidi mentali” che con scene psichedeliche (memorabili la sequenza dell’esplosione degli oggetti della cucina e quella delle lavagne nell’episodio 7), confermandosi la serie supereroistica più originale del panorama televisivo odierno. Una gioia per gli occhi e per… la mente.

Un esperimento molto importante, quindi, anche per un altro motivo fondamentale. L’Universo Cinematografico Marvel si è rivelato tra tutti come il più compatto e quello con una strategia meglio pianificata: non è però il più originale. Comprende prodotti ottimi, ma quasi sempre standardizzati, poco “sperimentali” o innovativi dal punto di vista narrativo. Non osano, vanno sul sicuro. La stessa cosa si può constatare sulle serie Marvel/Netflix: tolto l’ottimo debutto – con Daredevil – le serie successive non sono riuscite ad imporsi allo stesso livello.

Nell’ultimo periodo, invece,  abbiamo avuto casi di “rottura” al cinema. Pensiamo a Logan, e prima ancora a Deadpool (curiosamente tutti prodotti – come Legion – collegati in vario modo al mondo degli X-Men): con essi, la Fox ha deciso di “rischiare” un taglio più maturo e differente, dopo le prime pellicole (molto simili tra loro), imboccando una direzione difficile, poiché vietata ai minori (quindi pubblico limitato), violenta e cupa, una strada mai percorsa da altre compagnie: l’esperimento ha portato benefici, non solo economici, ma di genere, in quanto ha dato nuova linfa ai cinecomic che rischiavano di fagocitare il mercato e di portarlo, prima o poi, al collasso. Una lezione che ha appreso anche la stessa Marvel, proprio con la serie di Hawley.

(Daniele Marazzani)

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