Chissà quante volte Silvia Ziche si è sentita porre questa domanda prima che gliela facessimo anche noi di Sbam!: le donne fumettiste sono ancora una minoranza tra gli autori della Nona Arte, e tra queste meno ancora sono le autrici umoristiche. Da cosa dipende questo fenomeno? Lei è sicura: «C’è sicuramente un’inversione di tendenza, e si vede. È vero che prima c’erano poche donne nel mondo del Fumetto, probabilmente perché fino a qualche decina d’anni fa i fumetti erano ritenuti una “cosa da maschi”. Almeno prima che arrivassero Heidi e Candy Candy, per intenderci. Poi, con i manga, anche le ragazzine hanno cominciato ad avvicinarsi ai fumetti, e quindi a volerli scrivere e disegnare. E ce ne saranno sempre di più!».

È senz’altro così. Un’altra cosa però è certa: se è sicuramente vero che ci saranno sempre più artiste, è anche vero che le stesse dovranno sudare le proverbiali sette camicie per raggiungere le vette dell’autrice veneta, quella che in qualche nostra passata recensione abbiamo definito la Signora del Fumetto italiano.
Perché parliamo di un’autrice dal tratto personalissimo e dall’umorismo tagliente, sia che che lo applichi alle “donne” di Casa Disney – da Paperina a Minni, da Brigitta ad Amelia – sia che lo utilizzi per le eroine che ha creato lei stessa, prima fra tutte quella Lucrezia che da anni allieta le lettrici di Donna Moderna e i cultori dell’umorismo a striscia in generale (come il vostro affezionato Sbam-redattore di provincia, ad esempio).

Ma non è tutto qui: anche se Silvia si è “specializzata” nell’umorismo in chiave femminile, evidenziando i patemi, i pensieri, i dubbi delle donne o – più in generale – della coppia, la sua matita è efficacissima anche sulle storie disneyane più tradizionali. E ancor più dà il meglio di sè nelle parodie, quando può affrontare l’umorismo “al quadrato”: personaggi comici che sbeffeggiano altri personaggi comici! Avete presente Topolinix, il Topolino/Asterix uscito qualche tempo fa? Ecco, quello! Ma andiamo con ordine…

Scontato cominciare col chiederti quale sia la tua “papera” preferita…
Ovviamente amo molto Paperina e Minni, che sono le “donne” principali. Ma ho una predilezione particolare per Brigitta e per Amelia: adoro la loro testardaggine, il loro avere un’idea fissa per cui farebbero – e fanno – qualsiasi cosa. Giusto o sbagliato che sia il loro obiettivo, questa loro caratteristica si presta a tantissime situazioni comiche.


Come è nata la tua passione?
Non c’è stata una data d’inizio… “Guardavo” le storie di Topolino già da piccolissima, quando ancora non sapevo leggere, e già ero affascinata dal disegno. Mi piaceva in particolare un preciso disegnatore, ma non sapevo chi fosse, perché all’epoca non si firmavano gli albi, e conservavo tutte le sue storie.
Finché un giorno mia madre mi portò una rivistina che non conoscevo, Il Piccolo Missionario, con in copertina un disegno che – ne fui subito certa – era sua, di quello stesso disegnatore: lo riconobbi immediatamente, anche se era qualcosa di completamente diverso da Topolino. Allora scrissi a quella rivista per scoprire finalmente chi era (avevo scritto anche a Topolino, ma… non mi avevano risposto!) e così ho saputo trattarsi di Giorgio Cavazzano. Non solo: seppi che abitava in Veneto, solo a una ottantina di chilometri da casa mia: non ci ho pensato troppo e mi sono presentata davanti a lui! Così ho visto i suoi lavori, ho cominciato a provare a disegnare con lui… Davvero un sant’uomo, mi ha aiutata moltissimo!

Oggi sei un’autrice “completa”, realizzi sia il testo che i disegni. Ma spesso lavori su testi di altri sceneggiatori: quali sono i pro e i contro delle due situazioni?
Alternare le due cose mi piace, perché dà sempre nuovi stimoli. Lavorare con un’altra persona ti permette di conoscere nuovi punti di vista, diversi dai tuoi, fatto che trovo molto istruttivo. Lavorare da soli è invece più complesso, visto che devi pensare a tutto. Io poi quando disegno su testi miei… comincio a disegnare che sono già stufa di quella storia! Infatti, quando presento un soggetto alla redazione, se viene approvato devo sceneggiarlo e aspettare la nuova approvazione, così passa tanto di quel tempo che quando passo al disegno quella storia è già “vecchia”. Se invece mi arriva la storia di un altro autore, è ovviamente “nuova”.

Vignette e storie brevi da una parte, lunghe saghe dall’altra: tra le une e le altre, come cambiano (se cambiano) i tuoi processi creativi e il tuo modo di scrivere?
Cambia la fase artigianale, quella della realizzazione. Ma il momento dell’idea, l’attimo in cui arriva, è identico. A un certo punto viene un’idea, è un’istante in cui nella testa ti appare qualcosa: e tu sai che funziona, c’è dentro qualcosa di buono. E sai anche quanto durerà: una vignetta o duecento pagine. Certo, l’idea per la vignetta ti appare finita, devi solo metterti lì e disegnarla. Al massimo aggiungi qualche virgola. L’idea per una storia lunga invece ti appare in embrione: tu percepisci la storia, intuisci che nell’idea c’è tutta, ma la devi sviluppare. Devi metterti lì e lavorarci, per tanto tempo. Scriverla e disegnarla. Può essere una cosa che porta via dei mesi.

Dei tuoi personaggi colpisce molto l’espressività: quanto ti immedesimi nei tuoi personaggi?
Completamente. Ormai c’è un collegamento diretto dalla testa alla mano: quando “vedo” un personaggio nella mia testa, così lo disegno. I personaggi sono attori e devono essere espressivi. In questo senso amo molto Uderzo. 

Che tecniche usi?
Matite, pennelli, gomme, china… tutto a mano. Il computer lo uso solo per scansionare le tavole. Non ho niente contro le nuove tecnologie, ma preferisco la carta. E poi trovo brutto pensare che col digitale non esisteranno più gli originali…

La versione integrale di questa intervista, con molte altre informazioni sul lavoro di Silvia, è sul nr. 32 di Sbam! Comics, la nostra rivista digitale che potete liberamente scaricare da QUI e che sfoggia proprio una elegante copertina griffata Ziche! Buona lettura.

(Antonio Marangi)

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