Come ricordato a più riprese, il primo giorno di marzo, è uscito nelle sale il terzo capitolo stand-alone dedicato all’X-Man più amato di sempre, quel Wolverine intrepretato per l’ultima volta da Hugh Jackman. L’attore infatti, dopo ben 17 anni e 9 film, ha deciso di abbandonare il ruolo con quest’ultima pellicola, dal tono molto più intimo, ricca di spunti drammatici e che si differenzia enormemente da molti altri dei cinecomics usciti finora.

Sin dalla campagna promozionale adottata, con fotografie in bianco e nero ad hoc, si poteva immaginare che la pellicola avrebbe avuto un tono più “adulto”, ma nessuno si sarebbe mai immaginato una conclusione cosi struggente e drammatica. Vero è che il genere supereroico sta letteralmente cannibalizzando il mercato cinematografico: diventa quindi obbligatorio cercare di proporre tagli sempre originali e fuori dagli schemi, cosi come è stato fatto nel 2016 con Deadpool. Ma Logan si discosta nettamente dagli archetipi superomistici tradizionali, portando il genere ad aprirsi verso un nuovo filone autoriale, dove il pathos e i sentimenti fanno da padrone all’interno della narrazione.

In particolare, nella pellicola emergono conflitti interiori solidi, con motivazioni psicologiche ben definite e con diramazioni drammatiche, ambientante in un contesto verosimile e coeso. Lutto, malattia, paternità, violenza sono solo alcuni dei sentimenti mostrati da Logan: davvero niente male per un film di genere!
Non è un caso che Logan sia stato presentato in concorso all’ultima edizione della Berlinare (la prima volta per un cinecomic), sdoganando il genere anche in festival cinematografici blasonati come quello di Berlino. In sostanza sembra che, finalmente, il filone supereroistico stia acquisendo una maturità tale da poter essere paragonato ai drammi più d’élite, conquistando cosi quello status di classe in grado di rafforzare il suo peso intellettuale, di cinema colto.
Un principio di rinnovamento che sta iniziando a fornire pellicole atipiche e pregevoli, in grado di soddisfare anche un pubblico più vasto e particolarmente esigente, e non solo gli amanti dei fumetti. Il film capostipite di questo mutamento è stato senza dubbio Il Cavaliere Oscuro di Nolan, datato 2008, ma, onestamente, chi dopo di lui ha mai più toccato gli stessi vertici?

Logan rappresenta dunque un taglio netto per le pellicole Marvel: mette in secondo piano gli effetti speciali e pone invece in luce componenti drammatiche molto forti; via i colori sgargianti e la spettacolarità e spazio alla dura e cruda realtà della vita, vista come una lotta continua tra salite e discese.
Ecco così questa parabola violenta, che mostra un Wolverine ormai solo, privo di uno scopo nella vita, che arranca come uno zombie in un mondo per lui ostile ed estraneo. Stufo di vivere, claudicante e malato, prosegue la sua miserabile esistenza accudendo l’unico membro della sua “famiglia” ancora in vita, quel Professor X che aveva agito su di lui, trasformandolo da animale irrazionale e violento all’essere pieno di compassione e di affetto di oggi. Un rapporto quasi filiale, straziante, che fa riflettere gli spettatori su valori importanti come l’infermità e la voglia di vivere.

Logan è anche il film che segna un passaggio di testimone tra gli X-Men con… gli artigli di adamantio, introducendo il personaggio di X-23, alias Laura, figlia-clone di Wolverine, che irrompe nella vita del vecchio mutante, favorendo un cambio generazionale e introducendo – anche qui – un rapporto padre-figlia molto intenso. È proprio Laura, giovanissima e inesperta mutante, a ridare a Logan uno scopo, un pretesto per andare avanti.
Dopo una prima fase di negazione, sarà lei a innescare una reazione emotiva nel vecchio eroe. E sarà sempre lei il pretesto per l’ultima avventura, l’ultima missione del guerriero stanco e ferito: prima di andarsene, egli vuole chiudenre i conti con il passato e con i suoi nemici, per spianare la strada a una nuova generazione, cui lasciare un mondo migliore. Una sorta di redenzione.

Inoltre, James Mangold, regista di quest’ultima fatica, si interpella sul significato dell’essere un eroe. Gioca sulla privazione dell’eroicità, riscrivendo la caduta di un mito, massacrandolo di violenza psico-fisica, per ridefinire i canoni del supereroe moderno, che si sacrifica per la sua famiglia.
Se i fumetti si basano sulla dimensione patinata e grafica del mito del supereroe, qui Logan è invece la realtà, il mondo vero. Nella consuetudine supereroistica, l’eroe è colui che salva il mondo da una minaccia inarrestabile e che si sacrifica per essa. Qui, il mondo caro a Logan è ormai perduto: il regista inserisce Wolverine in una cornice “western”, dove Logan è il cavaliere solitario in lotta contro se stesso e che miracolosamente vede il germoglio di una nuova speranza per il futuro in una ragazzina cosi simile a lui sola e bisognosa di un mentore.

Liberamente ispirato alla seminale graphic novel Vecchio Logan, di Mark Millar e Steve McNiven, questo film è secondo moi la giusta conclusione delle avventure di uno dei personaggi più iconici del mondo del fumetto.

(Daniele Marazzani)

Un film di James Mangold – Con Hugh Jackman (Logan/Wolverine), Patrick Stewart (Professor X), Richard E. Grant (Dr. Zander Rice), Boyd Holbrook (Donald Pierce), Stephen Merchant (Calibano), Dafne Keen (Laura Kinney/X-23), Eriq La Salle (Will Munson), Elizabeth Rodriguez (Gabriela) – Uscita mercoledì 1 marzo 2017 – Durata: 137′ – USA 2017 – 20th Century Fox.

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