Lo avevamo già molto apprezzato su Unico indizio: le scarpe da tennis, la storia-omaggio al grande Enzo Jannacci scritta da Davide Barzi. E poi ancora sulle trasposizioni fumettistiche di Don Camillo (tutte opere targate ReNoir), e abbiamo avuto conferma di queste ottime impressioni lo scorso luglio, leggendo il suo lavoro d’esordio in casa Bonelli, lo speciale, realizzato per Riminicomix, Dampyr: L’emblema del drago: possiamo ben dire che il lavoro di Marco “Will” Villa, giovanissimo disegnatore dal cognome tanto illustre (quanto “pesante” da gestire), hanno decisamente fatto centro, come direbbe Mary Jane Watson.
E allora noi di Sbam!, che facciamo della promozione delle nuove leve una delle nostre missioni, siamo andati a farci due chiacchiere, per la nostra rubrica New Generation, quella che trovate su ogni numero di Sbam! Comics, la nostra rivista digitale gratuita, il cui ultimo numero è scaricabile liberamente da QUI.

Ciao Marco. Com’è nata la tua passione per il fumetto?
Sono cresciuto in mezzo a fumetti di ogni genere e mi sono avvicinato fin da piccolo ai super eroi Marvel e DC. Nel mentre cresceva anche la mia passione per il disegno, e quei fumetti erano una grande ispirazione. 

Entrando più nel “vivo” del tuo lavoro, ci puoi raccontare qualcosa della tua storia professionale? I tuoi lavori d’esordio, quelli di cui sei particolarmente soddisfatto…
La mia storia inizia dall’estate tra la terza e la quarta liceo. Frequentai un corso di fumetto organizzato dalla scuola, con Sergio Gerasi e Davide Barzi. Ci siamo rivisti dopo tre anni, e mi hanno offerto il primo lavoro che è stato Unico indizio le scarpe da tennis edito da Renoir Comics. Da li ho iniziato la mia collaborazione con lo sceneggiatore Barzi per altri volumi, sempre Renoir Comics: un episodio di Padre Brown, La croce azzurra, due episodi della serie Don Camillo nella sezione Storie del mondo piccolo, e ultimamente ho appena concluso anche il mio primo episodio sulla serie regolare del prete di Guareschi.

cover-Dampyr_emblema-dragoCosì arriviamo all’albetto per Riminicomix con Dampyr, della Bonelli…
Sì. Il “legame speciale” che ho con alcuni dei miei lavori, quelli che mi hanno segnato e che resteranno sempre nei miei ricordi, è da attribuire sicuramente a Unico indizio le scarpe da tennis e appunto a Dampyr: L’emblema del Drago perché entrambi mi hanno fatto da scuola, hanno irrobustito le mie deboli spalle fumettistiche, che ancora devono allenarsi per bene. 

C’è un disegnatore (o anche più d’uno) a cui ti ispiri?
Ce ne sono troppi. Devo dire che non ho nemmeno dei “punti fermi” su cui concentrare la mia crescita stilistica. Continuo a scoprire nuovi modelli da seguire. Attualmente posso dire di aver seguito molto Michele Rubini, Stefano Andreucci, Michele Benevento, Fabrizio De Tommaso per quanto riguarda il panorama bonelliano. Sul fronte americano ammiro molto autori come John Paul Leon, Sean Gordon Murphy, Tommy Lee Edwards e Travis Charest…

Nelle tue opere più recenti hai disegnato la Milano degli anni ’50, la Bassa reggiana dei ’40 (con il Piccolo Mondo di Guareschi), per poi tuffarti secoli addietro con lo speciale di Dampyr realizzato per Riminicomix. “Dove” ti sei trovato meglio?
Mi sono trovato meglio con i paesaggi naturali, per cui direi nelle storie della Bassa e nello speciale Dampyr. Non che non mi piaccia disegnare architetture, ma disegnare la Milano ormai scomparsa è stato parecchio complicato. 

Quanta ricerca di documentazione d’epoca (libri, fotografie, film) c’è dietro alla realizzazione di una storia (o anche solo di una singola tavola)?
Dipende dalla storia in sé, di solito io cerco di trovare riferimenti soprattutto in film o fotografie. Stesso discorso con una tavola.

Hai la possibilità di disegnare una storia del tuo personaggio dei fumetti preferito: la scelta ricadrebbe su…?
Non saprei, non ho un personaggio preferito; ma se devo scegliere preferirei una storia di fantascienza.

Veniamo alla tua ultima storia di Dampyr: cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con Mauro Boselli, e per di più sul suo “figlio” prediletto?
Per me voleva dire molta ansia da prestazione. Non fa mai male averne (io l’ho praticamente sempre), ma qui si trattava della prima volta su un soggetto Bonelli, vale a dire su un tipo di pubblico più esteso e su linee editoriali e narrative diverse. Voleva dire anche esprimere al meglio tutta la professionalità che ho imparato in questi tre anni e cercare di migliorarla cercando di soddisfare le aspettative.

Una curiosità è d’obbligo: ti vedremo prima o poi al lavoro… su un certo ranger?
No! Non mi avranno mai! Scherzi a parte: non è il mio genere. Se proprio dovrà capitare, penso sarà fra parecchi anni e parecchia esperienza. 

(Roberto Orzetti)

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