«Mi ha colpito molto Casty: si capisce che “sente” bene i personaggi, riesce a valorizzarli, a farli vivere. Non l’ho mai visto disegnare dal vivo, ma ho visto i suoi lavori, e mi pare proprio quello che somiglia di più allo stile di Romano Scarpa»: così ci aveva risposto un autore storico come Marco Rota quando gli abbiamo chiesto di indicarci chi fosse il suo autore preferito della Disney italiana moderna, nella nostra intervista.
Un parere evidentemente condiviso da molti, visto che l’organizzazione dell’ultima Lucca Comics ha dedicato proprio a Casty una delle eleganti mostre proposte nelle sale del Palazzo Ducale. La Sbam-redazione lo ha incontrato per farsi raccontare da lui-stesso-medesimo la sua carriera.
Di seguito, trovate un estratto della nostra intervista, che potete invece leggere integralmente (con molte altre notizie su questo autore) su Sbam! Comics nr. 30, la nostra rivista digitale gratuita, scaricabile liberamente da QUI, cui vi rimandiamo (siete ancora qui?).

sbam-casty-sketchQual è la genesi del nome Casty?
Semplicemente, si tratta di una storpiatura del mio vero nome, Andrea Castellan, che mi porto dietro fin dall’infanzia, quando gli amici mi vedevano e mi salutavano dicendo: “Ehi, arriva il Casti” (senza la y…). Così, quando ho iniziato a firmarmi, è stato naturale utilizzarlo. Ed è avvenuto piuttosto presto, visto che ho cominciato a fare fumetti a 10 anni, disegnando personaggi Disney sui quaderni e firmandoli “by Casti e Walt Disney”!

Venendo invece agli esordi «professionali»?
Beh, per arrivarci devono passare un sacco di anni. Avevo fatto la scuola di grafica pubblicitaria e lavoravo in uno studio, ma il pallino del fumetto non mi aveva certo abbandonato. Così nei primi anni Novanta decisi di provare a entrare in quel mondo. All’epoca non era facile trovare i contatti “che contano”, come invece puoi fare oggi sfruttando il web: bisognava comprare gli albi per avere nomi e indirizzi delle redazioni e spedire le tue cose, senza troppa speranza di avere una risposta… Finché, tra le tante case editrici che avevo provato a contattare, mi rispose la Acme di Silver: non avevano apprezzato troppo i miei lavori come disegnatore, ma in compenso mi dissero che – forse… – potevo avere qualche possibilità come sceneggiatore. E mi affidarono Cattivik… 

La tua avventura in Disney iniziò come autore completo?
No, non subito. Il fatto è che mi ero «allenato» per dieci anni per disegnare Cattivik, ma in Disney ho trovato tutto un altro stile, per cui ho dovuto «reimparare» tutto daccapo. Quindi ho cominciato come sceneggiatore, e intanto mi esercitavo. La prima storia pubblicata, quella di cui parlavo prima, è stata Topolino e i mostri idrofili, una storia breve come si usava all’epoca su Topolino. Quando però hanno visto che avevo un certo garbo, che non esageravo nell’utilizzo di armi, scene tenebrose o inquietanti, mi hanno lasciato un po’ più di spazio: ho potuto iniziare a scrivere gialli e storie avventurose, cercando di recuperare in qualche misura lo spirito delle storie di una volta, quando si vedeva Topolino davvero in pericolo, nel mezzo di duri duelli con i suoi antagonisti… In quegli anni, invece, erano via via aumentati i paletti di sceneggiatura, divenuti molto più rigidi: ho dovuto faticare un bel po’ per abituarmi ed “aggirarli”, ma col tempo ci sono riuscito, creando comunque delle storie che risultassero belle e avvincenti.

C’era un disegnatore con cui ti trovavi particolarmente a tuo agio, o era sempre la redazione ad assegnarli di volta in volta alle tue singole storie?
Era la redazione a decidere. La fortuna fu che Ezio Sisto ritenne che per i miei gialli era particolarmente adatto Massimo De Vita, mentre le storie avventurose si adattavano allo stile di Giorgio Cavazzano. Quindi quelle che riteneva più meritevoli le assegnava a questi due maestri. È nato così un doppio sodalizio, professionale e personale, di cui sono particolarmente orgoglioso… Diciamo che poteva andarmi peggio, no?

E alla fine, anche per te, è arrivato il momento di disegnare…
Ci sono voluti due anni di allenamento. Il primo esperimento è stato nel 2005, con una copertina, poi è arrivata la prima storia, di cui non sono completamente soddisfatto (chissà, forse l’emozione del debutto…) poi man mano è andata sempre meglio.

Ma oggi ti senti più disegnatore o sceneggiatore?
Non lo dico per cavarmela facilmente, ma mi sento un autore completo. Mi spiego: quando scrivo qualcosa di un po’ particolare, mi rendo conto che è difficile trovare un disegnatore che sappia rendere esattamente quello che ho in mente io in quel momento. Magari vengono fuori lo stesso storie bellissime, ma che comunque non possono essere esattamente “le mie”. Quando lavori da solo, invece, puoi fare tutto su misura: posso disegnare ogni smorfia proprio come l’avevo immaginata.

(Antonio Marangi)

 

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