La D.U.C.K. dei mutanti: John Casey ha ricostruito – rileggendo migliaia di pagine di fumetti – la storia pregressa degli X-Men originali, il quintetto con cui Stan Lee e Jack Kirby posero la prima pietra di uno dei più grandiosi affreschi a Nuvolette della storia del Fumetto. Esattamente la stessa operazione che fece il grande Don Rosa con la storia dei Paperi disneyani.

XMen-coverQuesta è la base di X-Men: Figli dell’Atomo, elegante graphic novel marvelliano di qualche anno fa, ma riproposto in edicola in questi giorni da Panini Comics (Marvel Best Seller nr. 27, 160 pp. a colori, giugno 2016, € 6,50), sull’onda del clamore dato dall’uscita dell’ultimo X-film e dal successo della serie dei Nuovissimi X-Men.

Siamo negli anni in cui il fenomeno mutante sta muovendo i primi passi: l’umanità si sta “accorgendo” della presenza di questi strani individui, dotati di poteri sovrannaturali e dall’aspetto spesso inquietante. Le reazioni sono le più diverse, ma – se anche c’è chi guarda ai nuovi arrivati con curiosità – è certamente la paura il sentimento dominante. Così basta pochissimo perché compaia sulla scena anche qualcuno che pensa di cavalcare la situazione per farsi una posizione: è il caso di William Metger, politico dall’aspetto vagamente hitleriano, che sobilla le folle contro “i mostri”, così da “salvare l’umanità”.

Il professor Charles Xavier decide di intervenire, ponendosi alla ricerca di quei mutanti, spesso giovanissimi, che devono affrontare folle inferocite. Vuole insegnare loro a gestire i propri poteri, per difendersi, ma anche e soprattutto per educarli alla pacifica convivenza con l’umanità, un sogno – a suo dire – possibile. Rintraccia così lo spaurito Scott Summers con i suoi occhiali scuri perennemente sul naso, il giovanissimo Bobby Drake, che pare soffrire sempre di un insolito freddo, lo spavaldo Hank McCoy, campione di rugby (davvero un po’ troppo campione di rugby), la graziosa Jean Grey, invano tenuta nascosta dai suoi genitori, e il ricchissimo Warren Warthington III, che ha già in animo di usare le sue ali “per il bene dell’umanità”.

Gli inizi non saranno facili, anche perché non c’è solo il coraggioso professore a prendere posizione sul fenomeno: su piazza c’è anche un altro mutante, nome in codice Magneto, esperto e prodigiosamente potente, dalle idee molto diverse sul da farsi…

Pur con qualche incongruenza, Casey ha fatto certamente un lavoro notevolissimo di pura filologia, raccogliendo indizi e riferimenti sparsi in decenni di storie. Paradossalmente, pare aver trascurato un po’ proprio quella antica serie di racconti con cui già negli anni Sessanta la Marvel aveva proposto l’origine del gruppo più insolito di tutti i tempi, ad opera di Roy Thomas e Arnold Drake, con i disegni di Verner Roth. Questa nuova saga ne mantiene l’essenza, ma deve necessariamente amputarne molti dettagli: si trattava di qualcosa di molto più semplice, di adeguato all’epoca, dove il concetto dello scontro tra umanità e minoranza mutante era ancora solo intuito e ben lontano dal divenire una rappresentazione a Nuvolette delle tante analoghe vicende della storia “reale”. Proprio quella che è alla base del clamoroso successo dei nostri uomini col gene X.

Per completare il tutto, la Marvel ha affidato il disegno di quest’opera a un artista che ha fatto del tratto vintage il suo punto di forza, quello Steve Rude che abbiamo visto recentemente all’opera anche su Capitan America: A che prezzo la gloria?. Bravissimo, ma ahilui non abbastanza rapido per consegnare in tempo le tavole, così da obbligare gli implacabili editor newyorkesi ad affidare il quarto capitolo all’accoppiata Paul Smith e Michael Ryan e gli ultimi due ad Esad Ribic.

La finezza? Concludere la saga con la pagina che idealmente precede la primissima tavola della primissima storia dei primissimi X-Men: era il 1963, e un ordine mentale imponeva a quattro giovani studenti in costume di precipitarsi al cospetto del loro mentore. Jean Grey sarebbe arrivata poco dopo. Il resto è storia.

(Antonio Marangi)

Salva