Mark Millar – Frank Quitely, Jupiter’s Legacy vol. 1, 136 pp a colori, Panini Comics 2016, € 16,00 

jupiters-legacy-coverMark Millar è un geniaccio un po’ pigro. Perché le sue storie prendono quasi sempre le mosse da spunti narrativi sopra la media, ma talvolta capita che strada facendo smarriscano un pizzico di smalto. Quasi che allo scrittore scozzese interessino più le idee in sé, che Hollywood non esiterà a pagare con assegni a molti zeri in vista di future trasposizioni cinematografiche, rispetto al loro compiuto sviluppo su carta.
Altre volte, però, succede che il nostro sia particolarmente ispirato. Oppure, semplicemente, che la storia che ha per le mani lo convinca (o lo diverta) più delle altre. E allora ecco che salta fuori, se non proprio un capolavoro, qualcosa che almeno gli assomiglia.

È il caso di questo Jupiter’s Legacy, di cui Panini Comics ha portato in libreria il primo volume. Un’opera solo apparentemente derivativa, nella misura in cui va a inserirsi nell’ormai ricco filone della revisione/decostruzione del mito supereroistico avviata negli anni Ottanta da capisaldi come Watchmen e The Dark Knight Returns, ma in realtà resa “speciale” dalla maestria con cui Millar tratta e miscela i temi codificati del genere, confermandosi figura centrale del mainstream fumettistico contemporaneo.

La storia, come è logico aspettarsi quando si risale alle origini archetipiche del supereroe a stelle e strisce, parte da un’utopia. Quella che all’inizio degli anni Trenta spinge un gruppo di giovani americani a imbarcarsi alla ricerca di un’isola misteriosa, apparsa in sogno (!?!) al loro leader Sheldon Sampson. Lì, sostiene quest’ultimo, li aspetta la risposta alle ansie generate dalla Grande Depressione. Da lì, torneranno con i poteri che servono per ridare fiato all’ammaccato american dream, garantendone la prosperità per i decenni a venire. Anche perché tali poteri si rivelano ereditari, e quindi da quel primo nucleo si sviluppa un’intera generazione di eroi guidata dal saggio e inflessibile Sheldon, che nel frattempo ha assunto il significativo “nome d’arte” di Utopian.

Si arriva così ai giorni nostri. Giorni complicati, che mettono la comunità dei superumani di fronte a un doppio dilemma: da un lato il rapporto con i figli, superficiali, svogliati e assai poco inclini a vivere secondo canoni “eroici” dei genitori; dall’altro il modo migliore per misurarsi con le insidie della nuova crisi economica globale, più pericolosa di qualsiasi criminale in costume, che il governo statunitense stenta a comprendere e che alcuni tra i “super” vorrebbero perciò gestire in prima persona, sostituendosi al potere politico e instaurando di fatto un nuovo ordine.

jupiter-legacy-tavolaE quindi, in un radicale ribaltamento rispetto alle premesse utopiche che vedevano nell’avvento dei supereroi un passo decisivo verso il migliore dei futuri possibili, ci inoltriamo nel regno limaccioso della distopia. Terreno narrativo fertile, sul quale Millar innesta la decadenza del superuomo come metafora della decadenza degli Stati Uniti, del loro ruolo egemone sul mondo e dello stesso modello di sviluppo capitalista, squassato da tempeste periodiche che ne minano l’efficienza e la credibilità.
Pur posizionandosi saldamente nel campo dell’intrattenimento di qualità, insomma, Jupiter’s Legacy si rivela opera dall’evidente sottotesto politico: una materia che Millar maneggia sempre con grande disinvoltura, come del resto dimostrano i lusinghieri precedenti di Authority e Ultimates.

Il resto è una storia ottimamente scritta (come da tradizione millariana), che scorre veloce senza annoiare mai e, soprattutto, arricchita da una sezione artistica da urlo. Il lavoro di Frank Quitely, altro scozzese di talento, è come al solito maestoso, basato su una griglia di quattro strisce per pagina che esalta la leggibilità per poi sfociare in esplosioni ipercinetiche di grandeur supereroistica. Per non parlare della magnificenza delle anatomie e delle espressioni, rese memorabili dal tratto classicheggiante eppure personalissimo che rappresenta il marchio di fabbrica del disegnatore di All Star Superman (e di un sacco di altra ottima roba, beninteso…). E se il buon Frank vola come al solito altissimo, merita una citazione anche la tavolozza di Peter Doherty, che rifugge gli eccessi cromatici optando per colori pastello sempre estremamente sintonici rispetto allo sviluppo della narrazione.

In conclusione… torniamo all’inizio. Parlavamo del rapporto privilegiato che intercorre tra Mark Millar e Hollywood? Beh, allora non vi stupirà sapere che anche i diritti di Jupiter’s Legacy sono già stati acquisiti dalla Di Bonaventura Pictures (lo studio che ha prodotto i film dei Transformers).
Appuntamento al cinema, dunque. Intanto, però, godetevi questo volume: una lettura che vale senz’altro il prezzo del biglietto.

(Marco De Rosa)

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